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lunedì 29 febbraio 2016

Perché accontentarsi del verosimile?

L'altro giorno svariati siti di informazione hanno riferito la paradossale vicenda di Giuseppe Laiso, barbiere storico di Fiorano, in provincia di Modena. L'anno scorso l'uomo aveva tolto dal suo negozio l'impianto stereo mediante il quale era solito intrattenere la clientela con della musica – tanto col rumore del phon non si sentiva granché – per risparmiare il costo dell'abbonamento annuale dovuto alla SIAE, e un funzionario della società si è presentato per verificare che fosse tutto in regola. Stando al racconto del barbiere, il caso ha voluto che, proprio mentre l'addetto era in negozio, squillasse il cellulare di una collaboratrice; la suoneria era un motivo dance spagnoleggiante, che però l'ispettore ha identificato come Love To Love You Baby di Donna Summer nel verbale prontamente redatto per notificare l'infrazione: illecita diffusione di musica coperta da diritto d'autore.
Pazzesco, no? Pure Natalino Balasso si è indignato [UPDATE: pare che lo status sia stato rimosso] per un abuso così sfacciato da parte della SIAE, un ente del quale non mi è mai capitato di sentir parlar bene da coloro che ci hanno a che fare (non certo quelli che ci guadagnano ma quelli che gli devono dei soldi, aggiungerei).
Peccato che la versione della SIAE sia un tantino diversa: la musica udita dall'ispettore proveniva sì da un cellulare, che però era collegato a un impianto di amplificazione in modo tale da diffondere musica nel locale; non di una normale suoneria si trattava, insomma. Se tutto ciò non rispondesse al vero, dovrei quantomeno fare i complimenti alla SIAE per la creatività con cui ha saputo elaborare una versione dei fatti alternativa... comunque trovo che la sua ricostruzione "fili" decisamente meglio rispetto a quella del barbiere.
Insomma, se proprio si vuole attaccare la SIAE, sarebbe il caso di appigliarsi a motivazioni non pretestuose, bensì basate su qualche fondamento, come «il pizzo nei matrimoni e nelle feste di laurea» a cui fa cenno Balasso.
Facendo un ragionamento analogo ma passando ad altro soggetto, siccome di validi motivi per criticare le esternazioni di Mario Adinolfi non ne mancano, mi sembra inutile andare a inventarseli, come è successo per lo sconcertante tweet qui sotto...


... che in realtà è un fake, ma in tanti l'hanno diffuso sui social prendendolo per vero. Il trionfo del verosimile, per citare Massimo Mantellini.
In conclusione, mi rendo conto che ciascuno è portato a credere quel che gli piace credere. Ma, per citare Carl Sagan...
I don't want to believe. I want to know.
ovvero
Io non voglio credere. Voglio sapere.

domenica 28 febbraio 2016

Prometto di esserti fedele sempre

Per come la vedo io, un rapporto di coppia sano non può prescindere dalla fedeltà, oltre che dal rispetto reciproco: il tradimento è un chiaro sintomo del fatto che c'è qualcosa che non funziona.
Uno degli argomenti più discussi degli ultimi giorni è il fatto che la legge sulle unioni civili non contempli l'obbligo di fedeltà, previsto invece per il matrimonio. C'è chi è caduto dalle nuvole avendolo scoperto solo in questa circostanza, per la serie: maccheddavero?!?!?! Eppure, dall'articolo 143 del Codice Civile, comma 2...
Dal matrimonio deriva l'obbligo reciproco alla fedeltà [...]
dove...
Secondo la giurisprudenza, la fedeltà è da intendere non solo come astensione da relazioni extraconiugali, ma quale impegno di non tradire la reciproca fiducia ovvero di non tradire il rapporto di dedizione fisica e spirituale tra i coniugi, che dura quanto dura il matrimonio. L'infedeltà affettiva diventa componente di una fedeltà più ampia, che si traduce nella capacità di sacrificare le proprie scelte personali a quelle imposte dal legame di coppia e dal sodalizio che su di esso si fonda.
Se su questa disparità tra unioni civili e matrimonio Satiraptus ci ha ironizzato...


... c'è chi si è indignato un bel po' per questo; ad esempio Carlo Giuseppe Gabardini, gay dichiarato, ha scritto su Facebook...
Hanno eliminato la "fedeltà" dalle ‪#‎unionicivili‬ per insultare tutti gli omosessuali tramite una legge.
Omuncoli.
E allora penso:
Voi fedeli per legge, noi fedeli per amore.
Si è espressa in termini sfavorevoli al riguardo anche Veronica Barsotti, titolare del blog Fuori Logo, la quale ha criticato in modo particolarmente aspro – con ogni ragione, a mio parere – lo stralcio della stepchild adoption.
E i bambini? Chissenefrega, tanto manco è figlio vostro, se il genitore biologico è l’altro/altra. Quindi chissenefrega se gli trasmettete un cattivo esempio. Tanto sarà troppo occupato ad avere problemi a scuola, dato che sarà vittima di bullismo da parte degli altri bambini; se la sua famiglia non viene tutelata dallo Stato, per quale motivo i suoi compagni non dovrebbero prenderlo in giro? Chissenefrega se alla fatina dei denti chiederà, al posto del soldino, che i suoi genitori vivano a lungo e in buona salute, perché sennò lui lo sbattono a vivere col cugino di quarto grado che vive in Kazakistan, ma è sangue del suo sangue. Mica come voi che non l’avete generato. Che pensavate? Di accampare diritti o di avere doveri nei suoi confronti solo perché c’eravate quando è nato, solo perché gli avete tenuto la manina mentre muoveva i primi passi dalla sedia al divano, solo perché gli avete insegnato ad andare in bicicletta e appeso in salotto tutti i suoi disegni, solo perché lo avete cullato per farlo addormentare, solo perché la sera gli leggete la favola della buonanotte?
Inoltre Michele Serra, nella sua Amaca del 26 febbraio, ha auspicato l'abolizione dell'obbligo di fedeltà nel matrimonio, da lui considerato nient'altro che un obsoleto retaggio cattolico, finalizzato a imporre quella che dovrebbe essere prima di tutto una scelta libera e responsabile (e su quest'ultimo punto non posso certo dargli torto).


La sottoscritta però si trova assai più d'accordo con la criminologa Roberta Bruzzone, il cui punto di vista l'ho condiviso l'altroieri sul mio Tumblr, e con Emiliano Rubbi, il quale sottolinea che il cosiddetto obbligo di fedeltà serve a tutelare la parte più debole della coppia, che in caso di reiterato tradimento ha una ragione valida per chiedere il divorzio; se poi uno/a se la sente di rimanere cornuto/a e contento/a accanto al(la) coniuge fedifrago/a, oh, nulla glielo impedisce.
[L'immagine che apre il post è tratta da Io ti amavo]

sabato 27 febbraio 2016

Gegni dell'internet

Il post di oggi costituisce idealmente il seguito di quest'altro che ho pubblicato due anni fa, e prende spunto dalla raccolta 24 People Who Will Shatter Your Faith In Humanity (24 persone che manderanno in frantumi la tua fiducia nel genere umano). Di queste "perle" ho selezionato quelle che mi hanno colpito di più, e le riporto qui di seguito.
Gente che crede di aver capito tutto, mentre in realtà sta inconsapevolmente rivisitando una nota barzelletta sui carabinieri...

Domanda risolta
Credete che l'uomo potrà mai camminare sul sole?
Stavo giusto riflettendo e pensavo a quanto fosse pazzesco che una persona abbia camminato sulla luna e su Marte. Mi stavo chiedendo se pensate che una persona sarà mai in grado di camminare anche sul sole. Lo so che è veramente caldo, ma sto pensando che se si va in inverno quando il sole è a 30 gradi scommetto che si può fare.
Migliore risposta – scelta dal richiedente
Beh, se lo fanno, dovrebbe succedere di notte.
Valutazione dell'utente
BUONA IDEA! Non ci avevo pensato, la gente è così stupida. Perché non ci hanno mai pensato?
Gente che spara assurdità colossali nell'assoluta convinzione di essere nel giusto, e cita persino fantomatiche fonti a sostegno di ciò che afferma...

Janice: Ho appena fatto una ricerca e ci sono ufficialmente 7 milioni di persone nel mondo. Non possono esserci 7 miliardi di persone perché la terra crollerebbe ed esploderebbe con tutto quel peso, è per questo che il mondo non è finito nel 2012. Siete tutti dei ritardati se credete che ci siano 7 miliardi di persone. Tornate a scuola.
Filipe: Ci sono 7 miliardi di persone nel mondo, sei tu la ritardata.
Janice: Ci sono ufficialmente 7 milioni sulla terra, verifica su Wikipedia se non mi credi.
Janice: Ho lasciato la scuola presto perché sono rimasta incinta a 15 anni.
Janice: Off topic, ma come fa Gangnam Style ad avere 1 miliardo di visualizzazioni se ci sono solo 7 milioni di persone nel mondo?
Gente che crede di fare domande sensate...

Rachel: Come mai l'acqua in fondo alla terra, al Polo Sud, non cade dalla terra e va a finire nello spazio?
Joe: E il senso di questa domanda è ...
Rachel: ... che qualcuno mi dia una risposta, io davvero non capisco e Google non mi sta aiutando.
Gente che fa scoperte sensazionali...

Ho appena scoperto che il mio compleanno è lo stesso giorno in cui sono nato.
La vita è pazzesca aha
Gente che cerca disperatamente una soluzione faidaté ai suoi guai... (oh, è tutto vero)

È sicuro usare un sacchetto della spazzatura come preservativo?
Perché questo è tutto ciò che abbiamo in questo momento.
... infine, ecco due tizi che a occhio e croce non sembrano tanto più intelligenti del loro telefonino. Che sia o meno uno smartphone! ;-)

Amico, hai lasciato il tuo telefono a casa mia.
...
Pronto?
Jack?
PERCHÉ NON RISPONDI?
Oh aspetta...
Austin: Ho perso il telefono a Blatt Field, se c'è qualcuno lì e gli capita di trovarlo mi chiami oppure mi mandi un messaggio, per favore.
Pierce: Ma come farai a sapere se qualcuno trova il tuo cellulare?
Austin: A meno che non decidano di tenerlo, spero che mi chiamino.
Erin: Per loro sarà veramente facile chiamarti, se sono loro ad avere il tuo telefono...
Austin: Cosa intendi dire?
Erin: Troveranno il tuo telefono. Lo prenderanno. Ti chiameranno. Squillerà in mano loro.
Austin: Uhm... ma è il mio telefono, non il loro.

venerdì 26 febbraio 2016

Valorizzare le imperfezioni

Nei giorni scorsi mi è capitato di leggere un suggestivo racconto zen che mi ha colpita a tal punto da indurmi a condividerlo qui sul blog.
Un'anziana donna cinese aveva due grandi vasi, ciascuno sospeso all'estremità di un palo che lei portava sulle spalle.
Uno dei vasi aveva una crepa, mentre l'altro era perfetto, ed era sempre pieno d'acqua alla fine della lunga camminata dal ruscello a casa, mentre quello crepato arrivava mezzo vuoto.
Per due anni interi andò avanti così, con la donna che portava a casa solo un vaso e mezzo d'acqua. Naturalmente, il vaso perfetto era orgoglioso dei propri risultati. Ma il povero vaso crepato si vergognava del proprio difetto, ed era avvilito di saper fare solo la metà di ciò per cui era stato fatto.
Dopo due anni che si rendeva conto del proprio amaro fallimento, un giorno parlò alla donna lungo il cammino:
«Mi vergogno di me stesso, perché questa crepa nel mio fianco fa sì che l’acqua fuoriesca lungo tutta la strada verso la vostra casa».
La vecchia sorrise:
«Ti sei accorto che ci sono dei fiori dalla tua parte del sentiero, ma non dalla parte dell’altro vaso? È perché io ho sempre saputo del tuo difetto, perciò ho piantato semi di fiori dal tuo lato del sentiero ed ogni giorno, mentre tornavamo, tu li innaffiavi. Per due anni ho potuto raccogliere quei bei fiori per decorare la tavola. Se tu non fossi stato come sei, non avrei avuto quelle bellezze per ingentilire la casa».
La storia dei due vasi cinesi ha evocato nella mia memoria il kintsugi o kintsukuroi, ovvero...
l'arte giapponese di riparare con l'oro gli oggetti in ceramica andati in frantumi. In questo modo ciò che si rompe non viene accantonato o gettato ma acquista un grande valore. Di solito si utilizzano miscele create con polvere d'oro oppure d'argento, ma anche polvere di bronzo, di ottone o di rame.
Questa tecnica giapponese permette di ottenere degli oggetti di grande valore sia dal punto di vista artistico, per via della bellezza delle decorazioni, sia da quello economico, dato che vengono utilizzati dei metalli preziosi.
Le creazioni che avvengono in questo modo sono tutte dei pezzi unici, visto che il modo in cui il vasellame in ceramica si può rompere e frantumare è sempre imprevedibile. L'arte del kintsugi si basa su un'idea molto semplice: da un'imperfezione può nascere una vera e propria forma artistica in grado di portare sia alla perfezione estetica che ad una crescita interiore.
Immaginiamo, infatti, con quanta pazienza gli artigiani giapponesi riparino gli oggetti in ceramica andati in frantumi non soltanto per renderli di nuovo utilizzabili, ma per restituire loro un grande valore. La lezione è presto detta: un oggetto rotto non va necessariamente gettato tra i rifiuti, anzi, lo possiamo riparare e addirittura migliorare.
Probabilmente questo concetto è piuttosto lontano dalla tipica cultura occidentale dell'usa-e-getta. L'approccio giapponese alla rottura di oggetti come vasi o piatti in ceramica ci fa riflettere sul nostro modo di trattare le cose. Ci insegna che da una rottura può nascere una nuova interezza.
Forse potremmo sentirci a lungo tristi per la rottura di un oggetto a noi caro senza pensare che esista la possibilità di ripararlo e di rimetterlo a nuovo, rendendolo ancora più prezioso.
A proposito di cose rotte che vale la pena di aggiustare, cade proprio a fagiuolo l'immagine qui sopra, che riporta una preziosa perla di saggezza – peccato per l'apostrofo mancato ;-) – che mi è capitato di leggere in Rete.
Infine, tanto per restare in qualche modo in tema, proprio oggi mi sono imbattuta in questa citazione di Philip Roth.
L'unica ossessione che vogliono tutti: l'"amore". Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l'amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due.
Intrigante, nevvero?
[La colonna sonora di questo post è How Can You Mend A Broken Heart, interpretata dalle suadenti voci di Michael Bublé e Barry Gibb]

giovedì 25 febbraio 2016

Quando un semplice like non basta

Se ieri e l'altroieri petaloso è stato sulla bocca di tutti – e mentre scrivevo il mio ultimo post iniziavo già ad averne fin sopra i capelli ;-) – oggi l'argomento di maggior tendenza sono le reactions finalmente disponibili per tutti gli utenti Facebook: non più soltanto il semplice Mi piace, che in molti casi risulta alquanto fuori luogo, ma anche Love (amore), Ahah (risata), Wow (sorpresa), Sigh (tristezza) e Grrr (rabbia).


[Chissà che fine ha fatto Yay – esclamazione di gioia – che all'epoca dell'annuncio nell'ottobre scorso c'era]
Ieri Mark Zuckerberg, presidente e amministratore delegato del social network più frequentato del pianeta, ha presentato la novità con un video...

Introducing Reactions
Today is our worldwide launch of Reactions -- the new Like button with more ways to express yourself. Not every moment you want to share is happy. Sometimes you want to share something sad or frustrating. Our community has been asking for a dislike button for years, but not because people want to tell friends they don't like their posts. People wanted to express empathy and make it comfortable to share a wider range of emotions. I've spent a lot of time thinking about the right way to do this with our team. One of my goals was to make it as simple as pressing and holding the Like button. The result is Reactions, which allow you to express love, laughter, surprise, sadness or anger. Love is the most popular reaction so far, which feels about right to me!
Pubblicato da Mark Zuckerberg su Mercoledì 24 febbraio 2016

... accompagnato da alcune righe di cui riporto qui di seguito la traduzione.
Oggi è il giorno del nostro lancio mondiale delle Reactions: il nuovo pulsante Mi piace con più modi per esprimere te stesso.
Non tutti i momenti che desideri condividere sono felici. A volte vuoi condividere qualcosa di triste o frustrante. La nostra comunità chiede un pulsante Non mi piace da anni, ma non perché le persone vogliano dire agli amici che non apprezzano i loro post. [E invece è proprio quello, il motivo principale, caro Mark, è inutile che tu faccia finta di non capirlo... ;-) NdC] La gente voleva esprimere empatia e condividere in modo comodo una più ampia gamma di emozioni.
Ho trascorso un sacco di tempo con il nostro team a pensare al modo giusto per farlo. Uno dei miei obiettivi era quello di renderlo il più semplice possibile: basta premere e tenere premuto il pulsante Mi piace.
Il risultato sono le Reactions, che ti permettono di esprimere l'amore, la risata, la sorpresa, la tristezza o la rabbia.
L'amore è la reaction più popolare finora, e ne sono felice!
In men che non si dica le nuove Reactions sono andate soggette alle rivisitazioni più disparate: segnalo la versione di Casa Surace in chiave partenopea...


... le reactions alla romana (via RomaToday)...


... e le "emo-imago" di "Musoliber" più appropriate per l'epoca feudale (via Feudalesimo e Libertà)...


... poi le richieste avanzate da The Oatmeal, visto che sei reactions non bastano mica...


... l'aggiunta del pulsante E i marò?, che torna utile in svariate circostanze... ;-)


[dello stesso autore, ecco qua sotto le sei reactions interpretate dal mitico Bruno Sacchi :-D]


... l'introduzione di una reaction piena di significato, in omaggio al meme Confused Travolta...


[non poteva mancare la versione nostrana, con Confused Renzi ;-)]


... ma la reaction più auspicabile di tutte sarebbe quella proposta da Simone Sbaraglia.
Ho molto apprezzato i nuovi like. È utilissimo poter dire "Love" e "Ahah" e "Sigh" ma non ho trovato l'ancora più fondamentale "Esticazzi".
[Qualora ti sfuggisse il vero significato e il corretto impiego del termine, lo stesso Simone te lo spiega qui :-)]
Questa vignetta di Simple&Madama è perfetta per gli eterni indecisi come la sottoscritta!


Mesi fa, in occasione dell'annuncio delle Reactions, Satiraptus ci aveva fantasticato un po' su...


Infine, ecco due immagini che rappresentano l'anello di congiunzione fra il tema virale del giorno e quello dell'altroieri, il summenzionato petaloso.


(via Massimiliano ArtDiciotto Martucci)


(via Dario Campagna)

mercoledì 24 febbraio 2016

#petaloso, che bell'errore!

Nelle ultime ventiquattr'ore o poco più è salito agli onori della Rete l'aggettivo petaloso, e il relativo hashtag è divenuto di tendenza; per quanto mi riguarda ho già contribuito alla causa ieri con un tumblepost, finito come al solito sul mio account Twitter, e oggi faccio il bis con questo post.
Se ignori cosa ci sia dietro, ecco un riassuntino: il piccolo Matteo, che frequenta la terza elementare a Copparo (FE), ha usato in un compito l'inesistente aggettivo petaloso, e la sua maestra Margherita Aurora, dopo averglielo segnato in rosso come "errore bello", ha scritto all'Accademia della Crusca per chiedere una valutazione. La risposta dell'istituto – nella persona di Maria Cristina Torchia, della Redazione Consulenza Linguistica – non si è fatta attendere: è stata la stessa maestra Margherita – che tra l'altro ha il grande merito di non assegnare compiti per le vacanze di Natale – a condividerla su Facebook.

Caro Matteo,
la parola che hai inventato è una parola ben formata e potrebbe essere usata in italiano cosi come sono usate parole formate nello stesso modo.
Tu hai messo insieme petalo + oso → petaloso = pieno di petali, con tanti petali
Allo stesso modo in italiano ci sono:
pelo + oso → peloso = pieno di peli, con tanti peli
coraggio + oso → coraggioso = pieno di coraggio, con tanto coraggio.
La tua parola è bella e chiara, ma sai come fa una parola a entrare nel vocabolario? Una parola nuova non entra nel vocabolario quando qualcuno la inventa, anche se è una parola "bella" e utile. Perché entri in un vocabolario, infatti, bisogna che la parola nuova non sia conosciuta e usata solo da chi l'ha inventata, ma che la usino tante persone e tante persone la capiscano. Se riuscirai a diffondere la tua parola fra tante persone e tante persone in Italia cominceranno a dire e a scrivere "Com'è petaloso questo fiore!" o, come suggerisci tu, "le margherite sono fiori petalosi, mentre i papaveri non sono molto petalosi", ecco, allora petaloso sarà diventata una parola dell'italiano, perché gli italiani la conoscono e la usano. A quel punto chi compila i dizionari inserirà la nuova parola fra le altre e ne spiegherà il significato.
È cosi che funziona: non sono gli studiosi, quelli che fanno i vocabolari, a decidere quali parole nuove sono belle o brutte, utili o inutili. Quando una parola nuova è sulla bocca di tutti (o di tanti), allora lo studioso capisce che quella parola è diventata una parola come le altre e la mette nel vocabolario.
Spero che questa risposta ti sia stata utile e ti suggerisco ancora una cosa: un bel libro, intitolato Drilla e scritto da Andrew Clemens. Leggilo, magari insieme ai tuoi compagni e alla tua maestra: racconta proprio una storia come la tua, la storia di un bambino che inventa una parola e cerca di farla entrare nel vocabolario.
Grazie per averci scritto.
Un caro saluto a te, ai tuoi compagni e alla tua maestra.
E fu così che petaloso divenne un tormentone: segnalo il contributo di Se i quadri potessero parlare...


... di the Jackal, che ricorda come Antonio Banderas abbia "arricchito" la nostra lingua con l'aggettivo inzupposo... ;-)


... di National Geographic Channel...


... e di Treccani.it, che ha rivisitato in chiave "petalosa" la poesia A Silvia di Giacomo Leopardi (nel testo originale l'aggettivo era odoroso, che in effetti mi sembra andare più d'accordo con la metrica rispetto a petaloso).


Ma... colpo di scena: nella lingua inglese la parola petalous esiste dal '700, come "denunciato" da Giorgio Cappozzo! ;-)


E io? Adesso che ci penso, anche la sottoscritta si è divertita a inventare qualche parola: ad esempio pomeridiata, che sta a pomeriggio come giornata sta a giorno, o mattinata sta a mattino, oppure serata a sera (esempio d'uso: Per mettere in ordine ci vorrà una pomeridiata) e, con la collaborazione del mio amore, tentacolare usato come verbo nel senso di avvolgere in tentacoli o, metaforicamente, abbracciare stretto. Ce ne dovrebbero essere altre, ma al momento non mi vengono in mente... :-)

martedì 23 febbraio 2016

Meglio un uovo oggi che una gallina domani?

Negli ultimi giorni il cammino della legge sulle unioni civili ha deviato in una direzione che non mi piace affatto, anche se non me la sento di dare tutti i torti al premier Matteo Renzi quando afferma «Tra il “tutto mai” e “un pezzo oggi” è meglio subito la legge: il rischio è la paralisi, la palude». Visto che a quanto pare mancano i numeri per approvare la legge così com'era, trovo che sarebbe poco saggio mandare a monte per l'ennesima volta il riconoscimento delle unioni civili pur di non cedere su un diritto, la stepchild adoption, che riguarda una minoranza di una minoranza di famiglie, quelle cosiddette arcobaleno. Anche se, come osserva Galatea, «Ogni tanto bisognerebbe ricordare che se i diritti non si danno a tutti non sono diritti, sono privilegi». E ovviamente la sottoscritta si augura che in un futuro non troppo lontano l'Italia potrà lasciarsi alle spalle tutto questo oscurantismo e, se non portarsi proprio alla pari ché sarebbe utopistico pretendere tanto, ridurre la distanza dal resto del mondo civilizzato in materia di diritti civili.
Ma cosa rimane, una volta stralciata la stepchild adoption, annessi e connessi? Sempre secondo Galatea, poco o niente... :-(
Sulla triste corsa al compromesso che ha caratterizzato le trattative negli ultimi giorni, segnalo il video in cui la comica Lucia Ocone imita la senatrice PD Monica Cirinnà a Quelli che il calcio; lo troverei quasi spassoso, se non fosse così amaro...


Infine, riguardo allo spauracchio della gravidanza surrogata o gestazione per altri – non chiamiamola maternità surrogata, né tantomeno utero in affitto – che tanto ha nuociuto all'iter del DDL Cirinnà pur non essendovi minimamente contemplato, consiglio di prendersi un po' di tempo per leggere ciò che ha scritto al riguardo Michela Murgia; è un po' lunghetto, ma credo che ne valga la pena, in quanto offre svariati spunti di riflessione interessanti.

lunedì 22 febbraio 2016

Eco inestinguibile

Era l'estate che precedeva il mio ingresso in quarta liceo; fra gli altri compiti per le vacanze, ci era stata assegnata dalla prof di Lettere la lettura del romanzo storico Il nome della rosa di Umberto Eco, il grande scrittore e semiologo scomparso venerdì sera. Io ho sempre avuto una predilezione per le materie scientifiche, mentre quelle umanistiche, sebbene riuscissi a portare a casa voti piuttosto buoni, mi pesavano non poco... e di certo non potevo considerarmi un'avida lettrice di narrativa; per cui ho vissuto come un tormento un tantino sadico il fatto di vedermi appioppato un volume che non avevo certo scelto e che onestamente trovo tuttora fin troppo impegnativo per l'adolescente medio, in assenza di altre motivazioni se non quella che... mi toccava: non mi pare che la prof si fosse data granché da fare per "indorare la pillola". Comunque, da brava alunna diligente, avevo tutta l'intenzione di completare i compiti assegnatimi... e fu così che, al momento di preparare i miei effetti personali in vista delle due settimane di vacanza coi miei genitori nella base logistica di Colle Isarco (quell'anno a Roccaraso non trovammo posto), oltre al dizionario di latino – pure le versioni, avevo da fare... – infilai nel borsone anche il voluminoso tomo. Lo portavo sempre con me nella cartella a fiori che avevo come borsa, e nei momenti propizi lo tiravo fuori e tentavo di leggere qualche pagina... ma con scarso successo: non soltanto non riuscivo a ingranare nella lettura, ma ero diventata lo zimbello dei miei coetanei ospiti del soggiorno, i quali tendevano a prendermi in giro quando mi vedevano col libro in mano. Per farla breve il libro riuscii a finirlo, sì, ma soltanto dopo il rientro in città. Mentre il film l'ho visto per la prima volta parecchio tempo dopo.
Insomma, il primo ricordo vivido che ho di Umberto Eco non è dei più amichevoli (ho letto che lo stesso Eco è arrivato al punto di odiare il suo primo romanzo... figuriamoci io! ;-) )... ma crescendo ho imparato ad apprezzare il suo enorme spessore culturale, pur senza aver letto neanche uno dei suoi libri successivi. Sul mio tumblr ho condiviso il link alle sue 40 regole per parlare bene l'italiano, oltre a una sua citazione che in questi giorni ho visto riprodotta in ogni dove, e che a rileggerla oggi mi mette in imbarazzo più che mai, dal momento che leggo sempre meno; colpa dei social, sostiene una mia amica... che non ha mica tutti i torti, anzi. [Gli stessi social ai quali Eco rimproverava di dare «diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel»]
Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito… perché la lettura è un'immortalità all'indietro.
Come suggeriscono le pagine Soppressatira...


... e E a te se sei rimasto con Harry fin proprio alla fine...


... verrebbe da pensare che "mal comune, mezzo gaudio". Ma io no, non voglio rassegnarmi ai miei limiti: sarà il caso che io legga molto di più, e per riuscirci devo innanzitutto superare la mia personale fissazione di dover finire entro un paio di giorni i libri che comincio a leggere.
Adesso che Umberto Eco non c'è più, fa un effetto indicibile leggere alcuni suoi scritti vagamente profetici linkati sui social per l'occasione: gli articoli Dov'è andata la morte? e Caro nipote, studia a memoria e una bustina di minerva datata 1997, dal titolo Come prepararsi serenamente alla morte. Sommesse istruzioni a un eventuale discepolo. La riporto qui sotto (clicca per ingrandire).


Davvero originale l'omaggio ideato da Eschaton e Bispensiero, nel quale Umberto Eco è messo in relazione con un altro "grande" recentemente scomparso: David Bowie.


E nient, ho voluto condividere i miei due cent su Eco pur essendo consapevole che la Rete avrebbe potuto farne tranquillamente a meno: di gran lunga più interessante il ricordo che ne hanno espresso alcune persone che seguo sul web, da Massimo Polidoro (il cui post mi ha stuzzicata oltremodo fin dal titolo, Umberto Eco: l’uomo che sapeva scatenare la curiosità) a Galatea (della quale trovo rassicurante la considerazione che, siccome possiamo continuare a leggerlo, in qualche modo Eco non è morto), da Giovanna Cosenza (che del professore è stata allieva prima di diventare a sua volta semiologa) a Piergiorgio Odifreddi (il quale da uomo di scienza ne ha apprezzato la capacità di spaziare anche al di fuori dall'ambito umanistico). Le manifestazioni di cordoglio online per la scomparsa di Umberto Eco sono state analizzate da quell'acuto osservatore delle dinamiche del web che è il professor Guido Saraceni. Il quale ha riferito alcuni geniali titoli di Lercio, da Umberto Eco scopre il sinonimo di “sinonimo” e precipita in un universo parallelo a Anche Gasparri onora la memoria di Eco: “Non l’ho mai conosciuto”... e applausi a scena aperta per Morto Umberto Eco. Gli angeli soddisfatti: “Finalmente qualcuno che può davvero insegnarci qualcosa”.

domenica 21 febbraio 2016

Sim Sala Min!

Da bambino il tuo idolo era il mago Silvan? Hai sempre sognato di stupire i tuoi amici con qualche bel giochetto di prestigio? Ebbene, seguendo i consigli di DaveHax potrai imparare a eseguirne due, semplici ma d'effetto. I video sono in inglese ma, se proprio i sottotitoli non dovessero esserti d'aiuto nella comprensione, direi che le immagini risultano piuttosto esplicative.
Nel primo video DaveHax insegna il trucco della cannuccia magica... ovvero, come far apparire "magicamente dal nulla" una cannuccia per bibite dal palmo della tua mano!



Quando ti ritrovi le scarpe slacciate, sarebbe tanto comodo se si riallacciassero da sé in modo automatico, vero? Purtroppo quello illustrato nel secondo video è solo un trucco, ahimè... e richiede di indossare pantaloni lunghi!



Allora, cosa aspetti a cominciare ad esercitarti? :-)
[Il titolo del post è un omaggio a Silvano, il mago di Milano]

sabato 20 febbraio 2016

Per un pronome sbagliato

Al capitolo VII, pagina 37, del volume de Il piccolo principe, tradotto da Nini Bompiani Bregoli ed edito da Bompiani, che ricevetti in dono quando ero bambina si legge quanto segue:

Se qualcuno ama un fiore, di cui esiste un solo esemplare in milioni e milioni di stelle, questo basta a farlo felice quando lo guarda. E lui si dice: "Il mio fiore è là in qualche luogo".
La frase corrispondente, a pagina 34 dell'edizione in lingua originale che non ho resistito alla tentazione di portarmi a casa quando l'ho adocchiata in libreria, è questa:

Si quelqu'un aime une fleur qui n'existe qu'à un exemplaire dans les millions et les millions d'étoiles, ça suffit pour qu'il soit heureux quand il les regarde. Il se dit: "Ma fleur est là quelque part...".
Se mastichi un po' di francese, noterai che tra le due versioni c'è una differenza minima dal punto di vista formale, ma tale da alterare profondamente il significato. Insomma, se nella versione originale quel qualcuno che ama un fiore unico tra milioni di stelle è felice quando le guarda – sottinteso "le stelle" – nella traduzione italiana il soggetto deve guardare proprio l'amato fiore per essere felice... il che è assai meno poetico di quanto abbia inteso esprimere Antoine de Saint-Exupéry quando l'ha scritto. [Detto in altri termini, e facendo un esempio diverso: io non ho bisogno di vedere il mio amore per essere felice, mi basta la consapevolezza che lui c'è, da qualche parte nell'universo. <3 Comunque, siccome sono una tipa concreta, devo ammettere che è meglio, quando siamo vicini! ;-)]
Quando ho letto Il piccolo principe in italiano ovviamente non ho avuto modo di cogliere questa svista, e adesso che ne sono al corrente devo riconoscere che non è stata certo tale da impedirmi di apprezzare il romanzo nel suo complesso... ma dopo che pagina99 me l'ha fatto notare ho trovato una ragione in più per portare finalmente a termine la lettura della versione originale, dove avevo lasciato il segnalibro a circa un terzo da più di un mese.
A proposito, se dall'anno scorso sono uscite tante nuove edizioni de Il piccolo principe, è perché proprio nel 2015 sono decaduti i diritti esclusivi per la pubblicazione in Italia fino ad allora detenuti dalla casa editrice Bompiani, che in settant'anni non ha mai provveduto a correggere l'errore. Ecco un altro buon motivo per ripensare la normativa sul copyright... ;-)

venerdì 19 febbraio 2016

#WomenNotObjects

Il video linkato tra gli altri da Bored Panda mi offre lo spunto per dare un seguito al post che scrissi qualche tempo fa sulle pubblicità sessiste. Esso si intitola We are #WomenNotObjects, e costituisce una piccola rassegna di messaggi promozionali tristemente rappresentativi del concetto di "donna oggetto".


Ecco alcuni screenshot, corredati dalla traduzione dei relativi messaggi "occulti".

Mi piace fare p***ini a dei panini.
Mi piace sacrificare la mia dignità per un drink.
Mi piace andare a letto con ragazzi che non sanno come mi chiamo.
A me questo video è sembrato piuttosto efficace nel denunciare un modo inaccettabile di usare l'immagine della donna in pubblicità, ma trovo degne di attenzione le considerazioni espresse al riguardo dalla semiologa Giovanna Cosenza, alla quale a differenza mia questa campagna non è piaciuta per niente. Leggi anche cos'ha scritto la professoressa a proposito dello spot dell'operatore di telefonia mobile 3 nel quale si ripropone un genere di stereotipo che speravamo di esserci lasciati alle spalle: la procace donzella che si fa regalare un costoso smartphone da un corteggiatore indubbiamente più facoltoso che attraente (Carlo Buccirosso, non ti bastava fare da spalla a Vincenzo Salemme?!).

giovedì 18 febbraio 2016

Quale paese civile?

Gli intoppi sempre più insormontabili che sta incontrando l'iter della legge sulle unioni civili mi lasciano tristemente senza parole... per cui lascio parlare il buonsenso del direttore di Repubblica Mario Calabresi.
Dopo aver letto la vicenda di Marina, alla quale non sono stati concessi i benefici della legge 104 per poter assistere la compagna Laura nella sua lotta contro il cancro, sono sempre più convinta che un paese che non si impegna a riconoscere dei sacrosanti diritti alle coppie di fatto non possa definirsi civile... tanto è vero che paese con la P maiuscola non lo scrivo neanche più!
Temo che il buon esito del DDL Cirinnà verrà compromesso in particolare dallo spauracchio della stepchild adoption, che molti più o meno in malafede hanno spacciato come l'anticamera dell'utero in affitto; su quest'ultimo argomento, e soprattutto sulla possibilità di adottare da parte di coppie etero o gay, credo che valga la pena di ascoltare Oliviero Beha, che l'esperienza di accogliere figli con un sangue diverso dal suo l'ha vissuta in prima persona.
Infine, senti un po' cos'ha detto Paolo Bonolis a Tagadà – la conduttrice del programma Tiziana Panella, sempre impeccabile, misurata e all'altezza di ogni dibattito, la considero tra le migliori giornaliste in circolazione – a proposito del giusto contesto in cui far crescere i bambini...

mercoledì 17 febbraio 2016

Quando la realtà sorpassa a destra l'immaginazione

Oggi Spinoza ha twittato l'immagine qua sotto...


... accompagnata dalle parole «È tutto vero [on. Lucio Malan]».
Avevo pensato a un arguto fake satirico perché non ci potevo credere... ma ahimè sì, è proprio vero: secondo l'emendamento presentato dal mica tanto onorevole forzista Malan, il comma 2 dell'articolo 1 del disegno di legge sulle unioni civili andrebbe modificato da «Presso gli uffici dello stato civile di ogni comune italiano è istituito il registro delle unioni civili tra persone dello stesso sesso» a «Presso gli uffici dello stato civile di ogni comune italiano si fa sesso». Una mossa che la dice lunga sulla serietà di chi l'ha ideata, con il palese intento di "buttarla in caciara" e rendere se possibile ancora più irto di ostacoli il travagliato iter del DDL Cirinnà. Ma Malan non è stato certo il solo: Giornalettismo ha elencato altri emendamenti presentati con lo stesso scopo da un manipolo di senatori leghisti...
Sempre per la serie "incredibile ma vero", ecco un'altra notizia che mi ha strappato un sorriso, a dispetto dell'argomento funereo: per volontà di Renato Bialetti, l'industriale recentemente scomparso che ideò la celebre caffettiera e ispirò pure l'immagine dell'omino coi baffi che ne costituisce il logo, le sue ceneri sono state racchiuse in un'urna a forma di grossa moka. Una foto vale più di mille parole...


Gisella Ruccia ha osservato ironicamente «Non oso immaginare dove saranno depositate un giorno le ceneri del signor Pozzi Ginori». ;-) E io, che colgo l'occasione per manifestare urbi et orbi il mio desiderio di essere cremata quando tra centovent'anni tirerò le cuoia, in che genere di contenitore vorrei che fossero riposti i miei resti? Sulle prime mi è venuto in mente solo un recipiente di questo tipo, in nome di una mia grande passione...


Oh, si fa per scherzare: quest'oggi mi sento particolarmente incline allo humour nero! :-)

Ragazzi che se la vanno a cercare

[Un mese fa ho scritto questo post su certi indegni stereotipi che perseguitano l'universo femminile... mentre il protagonista odierno, bersagliato post mortem da ingiurie analoghe, era un uomo, un uomo giovane ma con una marcia in più]
Stamattina ho assistito mio malgrado al dialogo seguente:
– L'hai sentita l'ultima su Giulio Regeni?
– No, dovendo badare ai figli non ho tempo per seguire i notiziari...
– Pare che fosse una spia... [Alla famiglia, come se non fosse già abbastanza provata dalle terribili notizie sull'agonia del ragazzo, è toccato smentire seccamente, NdC] Beh, del resto si capiva dalla sua collaborazione con un giornale estremista, l'Unità, che si trattava di un comunista di quelli irriducibili... [In realtà scriveva per il manifesto, che si colloca indubbiamente più a sinistra de l'Unità, ma in nessuno dei due casi parlerei di testata "sovversiva"... e se anche di questo si trattasse nessuno merita di finire in quel modo, NdC] così come quelli che scrivono su Il Tempo sono nostalgici del fascismo. Diciamo che se l'è cercata... Lui era consapevole di fare qualcosa di pericoloso... Perché scrivere sotto pseudonimo, altrimenti?
Non è mio costume intromettermi nelle conversazioni altrui, e neanche stavolta ho fatto eccezione alle mie abitudini, anche se mi sentivo fremere di sdegno. Quelle parole mi sembravano un insulto intollerabile alla memoria di un ragazzo che, per quanto ne sappiamo finora, ha pagato in modo atroce la colpa di voler documentare le condizioni di vita del popolo egiziano; certo che sapeva che il suo lavoro lo esponeva a seri rischi, ecco perché ha ritenuto più prudente scrivere sotto pseudonimo... ma l'ha fatto lo stesso, perché qualcosa dentro di lui – chiamalo idealismo, ambizione, incoscienza... io invece lo chiamo coscienza, guarda un po' – glielo imponeva. Dovremmo tutti prendere esempio da lui, a cominciare da me, che ben di rado mi espongo apertamente per ciò in cui credo, anche se i rischi che correrei sono di gran lunga meno gravi rispetto all'eventualità di perdere la vita. Finché ci saranno giovani come Giulio, pronti a mettersi in gioco per provare a cambiare il mondo, ci sarà speranza per il futuro.
In conclusione ti consiglio di leggere l'articolo dedicato alla memoria del giovane ricercatore friulano da Daria Bignardi, a sorpresa nominata proprio oggi direttrice di Rai3. E io non posso far altro che augurarle buon lavoro!

martedì 16 febbraio 2016

Piezz'e core

Avendo perduto il mio papà lo scorso anno, il tema del rapporto tra padre e figlia mi tocca in modo particolare... eppure Un giorno mi dirai, la canzone con cui gli Stadio – onore alla loro quasi quarantennale storia – hanno vinto l'ultimo Festival di Sanremo, è riuscita nella difficile impresa di non emozionarmi neanche un po', anzi. Cosa ci sia che non va in quel testo, Selvaggia Lucarelli l'ha spiegato molto meglio di come avrei saputo fare io (anche se personalmente perchè con l'accento grave non l'avrei mica scritto ;-) ).
ha vinto una canzone -quella degli Stadio- in cui un padre rivela alla figlia ormai grande che anni prima voleva sfanculare la madre per l'amante [è questo il senso di «ho rinunciato alla mia felicità per te» e «ho rinunciato agli occhi suoi per te», NdC] ma poi ha tenuto duro in nome della famiglia tradizionale. Aggiungerei che 'sto padre è pure un po' stronzo perchè glielo fa pesare e perchè con la frase "Un giorno mi dirai che un uomo ti ha lasciata e che non sai più come continuare a vivere" le lancia pure una gufata da manuale.
Come notazione personale aggiungo che, pur essendo stato il mio un padre piuttosto presente, mi sarei sentita parecchio a disagio se avesse preteso di ricoprire il ruolo di mio confidente sentimentale, e dopo la più grossa delusione d'amore che ho vissuto avrei reagito con stizza se lui avesse provato a consolarmi con frasi del tipo «se era vero amore è stato meglio comunque viverlo», tanto più che il soggetto in questione l'amore non sapeva neppure dove stesse di casa. Papà si è invece limitato a empatizzare con me in modo abbastanza discreto, e suppongo che abbia dovuto fare uno sforzo per resistere alla tentazione di andare a dirgliene quattro, al tizio che aveva fatto soffrire la sua "bambina".
Riporto qui di seguito un elenco in ordine sparso di spunti sul rapporto genitori/figli che ho iniziato a raccogliere da quando il mio papà se n'è andato.
Una splendida e arcinota poesia di Khalil Gibran.
I vostri figli non sono figli vostri... sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perchè la loro anima abita la casa dell'avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perchè la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l'arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L'Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell'infinito e vi tiene tesi con tutto il suoi vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell'Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l'arco che rimane saldo.
Le sagge parole di Madre Teresa di Calcutta.
I figli sono come gli aquiloni:
Insegnerai a volare ma non voleranno il tuo volo;
Insegnerai a sognare ma non sogneranno il tuo sogno;
Insegnerai a vivere ma non vivranno la tua vita.
Ma in ogni volo,in ogni sogno e in ogni vita
Rimarrà per sempre l'impronta dell'insegnamento ricevuto.
Ogni volta che ascolto Elisa che canta A modo tuo alla figlioletta Emma Cecile, mi commuovo fino alle lacrime. Di certo non mi fa lo stesso effetto la versione di Ligabue, che comunque quel brano ha l'indubbio merito di averlo scritto.
Ma come si fa a non versare una lacrimuccia guardando il video qui sotto?! (trattasi dello spot di una compagnia assicurativa di Hong Kong, ma vabbè)


Dopo aver assistito all'intervento di Walter Veltroni nel corso dell'ultimo Festival delle Letterature dell'Adriatico, ho aggiunto alla mia wishlist il suo ultimo libro Ciao, una conversazione immaginaria con il padre Vittorio, scomparso quando lui aveva appena un anno. Puoi trovare qui alcune pagine del libro, e qui le recensioni scritte da Pierluigi Battista del Corriere, da Michele Serra di Repubblica e da Massimo Gramellini de La Stampa, il quale è in grado di comprendere Veltroni come pochi, avendo vissuto da bambino la tragica perdita di sua madre: un'esperienza raccontata nel bellissimo romanzo autobiografico Fai bei sogni.
Mesi fa il radiologo ospedaliero che tiene il blog unradiologo.net ha scritto una riflessione personale sull'amore paterno, ben diversa dai suoi consueti resoconti professionali. Leggila, perché davvero ne vale la pena...
Concludo riportando alcune citazioni assortite sui figli, tratte da Wikiquote.
Amate i figli che la Provvidenza vi manda; ma amateli di vero, profondo, severo amore; non dell'amore snervato, irragionevole, cieco, ch'è egoismo per voi, rovina per essi.
I figli riempiono una vita, diventano il centro di tutto: delle emozioni, dell'amore, della dedizione. Quando sono piccoli sono una continua scoperta, via via che i loro occhi e la loro mente si aprono alla vita. Dipendono completamente da noi, e ci rendiamo conto che solo le nostre cure permettono loro di vivere, di esprimersi e di svilupparsi. Man mano che crescono rappresentano un susseguirsi di gioie, di ansie, di soddisfazioni, di preoccupazioni, di momenti felici. I sacrifici fatti per loro non hanno peso. Qualunque genitore queste cose le sa benissimo. Soprattutto le madri.
I figli sono l'immortalità. I figli faranno altri figli e quindi la vita non finisce mai. Il nostro corpo muore, ma il nostro DNA continua. I figli hanno la stessa carne, lo stesso metabolismo, e così via. La morte è solamente quella del corpo.
[La foto che apre il post è tratta da 9GAG]