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mercoledì 30 aprile 2014

Un pendolo umano

In questi giorni ne ho diversi, di post in serbo che sgomitano per vedere la luce... ma stasera, complice la pigrizia prefestiva, me la cavo con qualcosa di rapido. Comunque non privo di una certa valenza educativa, eh! :-) Lo spunto me l'ha offerto la seguente vignetta pubblicata in quell'inesauribile miniera di contenuti interessanti che è la pagina Facebook I fucking love science...


Traduzione: «Ecco perché agli insegnanti di scienze non dovrebbero essere assegnati incarichi nei parchi giochi»... E già, non è mica così che funziona, l'altalena! :-D
Il riferimento è al famoso – ma neanche tanto, visto che la maggior parte del tempo dedicato alla stesura di questo post l'ho spesa nel tentativo di ricordare come si chiamasse... ;-) – pendolo di Newton, o Newton's cradle in inglese. Un esperimento semplice ma notevole per illustrare le leggi di conservazione della quantità di moto e dell'energia: puoi vederlo in azione nel video qui sotto.


martedì 29 aprile 2014

Restituire a Claudia i suoi ricordi

Ha avuto una vasta eco sul Web italiano – e contribuisco volentieri a diffonderlo – l'appello lanciato da Claudia Stritof tramite il suo blog. Venerdì la giovane, mentre viaggiava sul treno Frecciarossa 9540, in un momento di distrazione è stata derubata del suo zaino contenente il pc portatile, gioielli e vestiti. Lo zaino era appartenuto alla sorella morta da pochi mesi di tumore, e l'hard disk del computer era pieno di ricordi del loro rapporto sotto forma di foto e testi. Adesso Claudia si aggrappa alla speranza che il suo appello circoli così tanto da arrivare alle orecchie del ladro e convincerlo a restituire il maltolto.
Non sono sicura di poter capire davvero fino in fondo il dolore che sta provando Claudia. Ebbene sì, di recente anch'io, per un misto di sventatezza, fiducia mal riposta nel prossimo e sottovalutazione del rischio, sono stata derubata. Ho ben presente la sensazione di sopraffazione e di intimità violata che si prova, il tormento per non essere stata abbastanza prudente, l'ansia che ti assale, i nervi che cedono. Ma tutto sommato nella sfortuna sono stata fortunata. Lo smartphone, quello sì che se me l'avessero rubato sarebbero stati cavoli amari, con tutti i dati e i profili online che ci sono memorizzati... ma per fortuna l'avevo portato con me, come faccio sempre o quasi. La mia borsa da quattro soldi, peraltro prossima alla "rottamazione", non conteneva nulla che avesse un particolare valore affettivo: certi oggetti non ho l'abitudine di portarmeli appresso. Se di cari ricordi non ce n'erano, l'unico problema è stato spremermi le meningi per fare mentalmente l'inventario del contenuto... ma niente di insostituibile, in fondo. C'era un sacco di documenti, tessere e carte fedeltà di cui sto man mano richiedendo i duplicati, e alla fine tutto sarà sistemato. C'erano poche decine di euro, assai meno dei soldi che mi sta costando far fronte a questo pasticcio... ma, come mi ripetono in tanti, i beni materiali hanno un valore relativo: sono ben altre le cose che contano davvero. Per questo mi sento spiritualmente vicina a Claudia Stritof, le mando un abbraccio virtuale e le auguro che il suo appello giunga a destinazione, tocchi il cuore del ladro (sempre che ne abbia uno) e lo convinca a restituire a questa ragazza atrocemente ferita dalla vita e adesso anche dagli uomini il bene più prezioso: i suoi ricordi. Fermo restando che quelli risiedono in primo luogo nel cuore e nella mente, e da lì nessuno potrà mai portarglieli via...

lunedì 28 aprile 2014

Proprio come noi persone sani

Per la seconda volta nel giro di pochi giorni torno ad occuparmi di Antonio Razzi. Mi rendo conto che facendolo gli do un'importanza degna di ben altre personalità... ma stavolta lo spunto mi divertiva troppo! ;-) Nel video qua sotto puoi vedere un frammento del suo intervento (segnalato da Nonleggerlo) nel corso del programma Lo Schiaffo su Classtv.


Ebbene sì, un po' esitante ma l'ha detto davvero, di aver lavorato con tre «uomini sessuali»: roba da far invidia a Checco Zalone! Se fossi in Luca Medici, non sottovaluterei certi potenziali concorrenti... ;-)

domenica 27 aprile 2014

Squadra che vince non si cambia

È scomparso oggi all'età di quasi ottantatré anni Vujadin Boškov, dapprima centrocampista e poi allenatore di numerose squadre anche italiane, in primis la Sampdoria, che condusse ad uno storico scudetto nel 1991 e alla finale di Coppa dei Campioni l'anno successivo. Galatea ricorda il mister serbo come un «immortale autore di aforismi fulminanti sul mondo del calcio in una nazione che il calcio lo prende troppo seriamente per saperlo poi descrivere come si deve».
E in effetti Boskov è divenuto un personaggio anche grazie alle sue esternazioni spesso lapalissiane ma colme di ironia, rilanciate da trasmissioni televisive come Mai dire gol. Oh, si trovasse uno straccio di video su YouTube... certo che quelli di Mediaset son proprio bravi a far pulizia! :-/ Meno male che c'è Wikiquote, da cui traggo una breve selezione...
Chi non tira in porta non segna.
È rigore quando arbitro fischia.
La mia grossa preoccupazione è prendere un gol meno dell'avversario.
Nel calcio c'è una legge contro gli allenatori: giocatori vincono, allenatori perdono.
Quando segnano gli avversari c'è sempre qualche distrazione dei difensori.
Se mettessi in fila tutte le panchine che ho occupato, potrei camminare chilometri senza toccare terra.
Squadra che vince, non si cambia.
Squadra che vince scudetto è quella che ha fatto più punti.
Tedeschi sono come tedeschi, montenegrini come montenegrini.
Un 2 a 0 è un 2 a 0, e quando fai 2 a 0 vinci.

sabato 26 aprile 2014

La tecnologia tra passato e futuro

Quest'oggi mi va di condividere alcuni video piuttosto simpatici, ma che fanno riflettere su come sono cambiate le nostre vite nell'era di internet e degli onnipresenti gadget tecnologici. Ah, e qui accanto c'è anche una vignetta di Marco Marilungo che mostra una "partita" del gioco della bottiglia al tempo dei tablet... :-)
Il video qui sotto mostra un signore di una certa età, non esattamente un "nativo digitale", che fa un uso ben poco ortodosso dell'iPad regalatogli da sua figlia! :-)



Quando ho guardato il video precedente, YouTube me ne ha suggerito un altro che mi pare di aver già condiviso sul tumblr, se non sul blog... e se anche l'avessi già fatto lo faccio di nuovo, perché è uno spot che mi diverte troppo! :-D Per la serie: ci sono esigenze per cui i tablet non potranno mai prendere il posto della carta... ;-)



Infine, un geniale spot belga ci fa seriamente riconsiderare l'opportunità di condividere online troppo alla leggera le informazioni sulla nostra vita.



Morale della favola: «La vostra intera vita si trova online, e potrebbe essere usata contro di voi. Siate vigili!».

venerdì 25 aprile 2014

Non è un giorno festivo come tanti altri

Si celebra oggi l'anniversario della liberazione d'Italia, ricorrenza che simboleggia la fine della seconda guerra mondiale nel Paese, dell'occupazione da parte della Germania nazista e del ventennio fascista. Sono trascorsi appena sessantanove anni da quel 25 aprile 1945 in cui avvenne la liberazione di Milano e di Torino, eppure sembra che il ricordo di quello che è stato cominci già a sbiadirsi fin troppo nella memoria collettiva. Una mia amica di FriendFeed ha raccontato che un suo vicino di casa sulla cinquantina, visti i ponti di questi giorni, le aveva domandato cosa fosse successo il 25 aprile, e quando lei gli ha nominato la liberazione, i nazisti, i partigiani lui l'ha interrotta con uno sconcertante «CERTO CHE SEI INFORMATA TU EH?». :-O
E no, non bisogna dimenticare. A dispetto di qualche prefetto pronto a vietarne l'esecuzione per motivi di ordine pubblico o di qualche genitore che protesta per la presunta "eccessiva politicizzazione" del testo insegnato a scuola, è sempre bene continuare a cantare il celebre inno della Resistenza: Bella Ciao, di cui puoi ascoltare qua sotto una delle cover più famose, quella dei Modena City Ramblers (nel corso della puntata di Blob di questa sera su Raitre ne sono andate in onda molte altre).


A questo punto condivido alcune citazioni tratte dalla pagina Wikiquote dedicata alla resistenza italiana...
Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l'occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire. (Sandro Pertini)
Era giunta l'ora di resistere; era giunta l'ora di essere uomini: di morire da uomini per vivere da uomini. (Piero Calamandrei)
[Riguardo alla lotta partigiana a Firenze] Non avevamo coraggio. La verità è che eravamo incoscienti. (Vittore Branca)
Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione. (Piero Calamandrei)
Attraverso la somma dei sacrifici e dei dolori sopportati, col grandioso apporto dato alla causa della libertà, con i risultati militari ottenuti, il movimento partigiano è riuscito ad assumere un significato morale di valore altissimo. Ha riscattato dinnanzi al mondo, insieme a coloro che nei campi di Germania tennero fede alla loro patria, la dignità del popolo italiano; ha dimostrato ben altrimenti, che generiche e facili affermazioni verbali, la sua volontà di essere un popolo libero degno di essere riammesso nella vita delle libere nazioni. (Giorgio Bocca)
... e da quella sui partigiani.
Ciò che può compiere un partigiano, indipendentemente da valutazioni di valore personale, è differente da ciò che può compiere un soldato di un reparto regolare. Chi crea è diverso da chi esegue, chi fa volontariamente una cosa è differente da chi vi è costretto, chi persegue un ideale costruttivo non è eguale a chi soddisfa un precetto legale. Nel secondo potrà esistere volontà e determinazione, ma difficilmente entusiasmo. (Giorgio Bocca)
C'è poi un'altra citazione, che ho trovato su Facebook e che rende bene un concetto sul quale forse non ci si sofferma mai abbastanza: all'epoca tutti, "buoni" e "cattivi", in fondo non erano nient'altro che uomini, assurdamente divisi da ideali contrapposti.
Una volta che avevo diciassette anni ed ero quasi a forza partigiano
trovammo nel perlustrare una cantina due fascisti
Senza le armi son come scatole svuotate
e a noi due morti in più portavan niente
Così li aiutammo a sparire a calcinculo
Ma poi anni dopo uno lo incontrai che aveva una bambina
e mi guardò e mi disse
Ti devo la mia vita e lei
E io pensai che se avesse vinto lui la guerra
non ci saremmo stati né io né i miei due figli.
Infine, la conclusione dell'odierno post di Galatea.
Mi piace perché è un caos, la cerimonia del 25 aprile, ed è giusto che sia così, come viene viene, perché quello è lo spirito giusto, quello della democrazia che viene dal basso e si tira su d’istinto, una festa di popolo e un moto del cuore. Del resto a fare belle cerimonie, perfettamente organizzate e precise, ci riuscivano benissimo i fascisti, ed erano fascisti anche per quello.

giovedì 24 aprile 2014

Un dono di inestimabile valore

A meno di un decennio dal suo debutto sulla scena politica nostrana, Antonio Razzi è diventato un personaggio talmente caratteristico da meritarsi un'esilarante imitazione da parte del comico Maurizio Crozza: la foto accanto – tratta da Non leggere questo Blog! – e questo video testimoniano che lui ha proprio preso con filosofia il famoso tormentone «Te lo dico da amico, fatti li c***i tuoi». Fa ridere assai meno, anzi dovrebbe quasi far piangere, il pensiero che un uomo che non sprizza esattamente competenza e autorevolezza da tutti i pori sieda oggi addirittura in Senato...
Arrivato dritto dritto dalla Svizzera – dove ha lavorato per decenni come tessitore dopo essere emigrato dall'Abruzzo – ed eletto in Parlamento grazie ad Antonio Di Pietro, com'è noto Razzi si è successivamente trasferito alla corte di "re Silvio", tra critiche e sospetti a non finire. Oggi lui si proclama fedelissimo a Berlusconi, a tal punto da sbilanciarsi in un commovente «gli dono il reno». Ma, dopo aver visto la foto che ritrae lui e sua moglie il giorno del matrimonio nel 1974 – che uomo! Non mi meraviglia affatto che la giovane Maria Jesus sia caduta ai suoi piedi... ;-)


... non ho potuto fare a meno di pensare che adesso come adesso forse è un altro il dono che il suo idolo gradirebbe di più da lui: un po' di capelli! ;-) E già, a quanto pare il trapianto che l'ex premier si era concesso per tentare di ringiovanirsi un po' non ha avuto, alla lunga, un esito positivo...
Certo, oggi Razzi sfoggia una chioma assai meno folta e più sobria rispetto a quarant'anni fa, ma io scommetto che per il suo leader lui sarebbe più che disposto a privarsi di qualche ciuffo. Peccato che l'allotrapianto di capelli, ovvero il trapianto da un donatore terzo, sia vietato...

martedì 22 aprile 2014

Buona Giornata della Terra!

Ricorre oggi la Giornata della Terra, da non confondere con l'Ora della Terra che si è celebrata a fine marzo. Cito da Wikipedia:
La Giornata della Terra (in inglese Earth Day), è il nome usato per indicare il giorno in cui si celebra l'ambiente e la salvaguardia del pianeta Terra. Le nazioni Unite celebrano questa festa ogni anno, un mese e due giorni dopo l'equinozio di primavera, il 22 aprile. La celebrazione che vuole coinvolgere più nazioni possibili, ad oggi coinvolge precisamente 175 paesi. Nata il 22 aprile 1970 per sottolineare la necessità della conservazione delle risorse naturali della Terra. Come movimento universitario, nel tempo, la Giornata della Terra è divenuta un avvenimento educativo ed informativo. I gruppi ecologisti lo utilizzano come occasione per valutare le problematiche del pianeta: l'inquinamento di aria, acqua e suolo, la distruzione degli ecosistemi, le migliaia di piante e specie animali che scompaiono, e l'esaurimento delle risorse non rinnovabili. Si insiste in soluzioni che permettano di eliminare gli effetti negativi delle attività dell'uomo; queste soluzioni includono il riciclo dei materiali, la conservazione delle risorse naturali come il petrolio e i gas fossili, il divieto di utilizzare prodotti chimici dannosi, la cessazione della distruzione di habitat fondamentali come i boschi umidi e la protezione delle specie minacciate.
Come da tradizione, Google ha festeggiato la ricorrenza con un doodle animato che mostra in sequenza alcune specie animali meritevoli di essere conosciute un po' meglio (i relativi articoli li ho trovati su MeteoWeb.eu): il camaleonte velato...


... il colibrì rosso...


... il macaco giapponese...


... la medusa quadrifoglio...


... il simpatico pesce palla...


... e lo scarabeo, impegnato in una delle sue occupazioni più tipiche! ;-)


Ciascun disegno è corredato da un pulsante che permette di condividerlo rapidamente su Twitter, Facebook e Google+.
Segnalo anche l'immagine pubblicata per l'occasione nella pagina Facebook I fucking love science [un titolo che credo di sapere come tradurre in italiano... ma preferisco astenermi dallo scriverlo perché non è un'espressione tanto elegante! ;-)].


Ed ecco la traduzione – questa sì ;-) – del testo.
Immagina se gli alberi emettessero segnali wifi, adesso pianteremmo così tanti alberi e probabilmente salveremmo anche il pianeta.
Peccato che essi producano "solamente" l'ossigeno che respiriamo.
Fa riflettere, nevvero?
I gestori della pagina I fucking love science fanno sapere che, per ogni maglietta venduta nel loro negozio online ad aprile, doneranno i soldi necessari per piantare dieci alberi. Insomma, cento magliette = mille alberi. Facci un pensierino! :-)

lunedì 21 aprile 2014

Ma allora non ci siamo capiti...

Dopo che qualche giorno fa ho dedicato un post ai commenti di spam che il mio blog sta ricevendo negli ultimi tempi, proprio il post in questione è stato raggiunto da altri cinque commenti della stessa natura di quello che avevo citato nel testo: suppongo che i bot usati dagli spammer per scandagliare la Rete non siano abbastanza intelligenti da capire che la mia citazione non denotava interesse, bensì il suo esatto contrario...


Ma quello che non mi spiego è per quale motivo anche quest'altro post abbia continuato ad essere bersagliato, sia pur in misura minore, da commenti spam della stessa natura.


Ad ogni modo ho risolto il problema alla radice, dapprima eliminando i commenti indesiderati e poi disabilitando, sia pur un pochino a malincuore, la possibilità di commentare quei due post: nell'editor di Blogger lo si fa selezionando l'opzione Non consentire, mostra quelli esistenti (ma tanto non ce ne sono più, perciò Non consentire, nascondi quelli esistenti avrebbe avuto lo stesso effetto).


E adesso staremo a vedere se gli spammer andranno a sfogarsi altrove... ;-)

sabato 19 aprile 2014

Lasciami sfogare!!!

Quando mi accade qualcosa di spiacevole, sono solita cercare conforto sfogandomi con le persone che mi sono più vicine, se non fisicamente almeno spiritualmente. A volte costoro, dopo avermi ascoltata, con l'intento di consolarmi mi raccontano qualcosa di simile, se non ancora più grave, che in un passato più o meno recente è capitato a loro o a qualcuno che conoscono. E senza dubbio questo mi è di aiuto per ridimensionare l'importanza di ciò che mi è successo, a guardarlo secondo una prospettiva meno catastrofica, e a pensare più positivo.
Però a volte mi sento come se tali reazioni avessero l'intento di mettere a tacere le mie non certo immotivate lagnanze, per la serie «Con quale coraggio ti lamenti, visto che a me/alla mia vicina/ammiocugggino è successo questo e quest'altro?!». L'ultimo caso in ordine di tempo: lunedì scorso mi è capitato un inconveniente a dir poco fastidioso che ha dato inizio a una vera e propria settimana di passione... nell'accezione 2 del termine, ahimè. :-/ Tutto sommato nulla di veramente irrimediabile, "solo" un'infinità di seccature dal punto di vista pratico. E ancora non riesco a liberarmi dall'ansia, dal nervosismo e dalla rabbia – anche nei confronti di me stessa, ché avrei dovuto essere più prudente – suscitati in me dall'accaduto. Beh, le persone che erano con me in quell'occasione successivamente hanno fatto a gara – in una chat di gruppo su WhatsApp così attiva che a un certo punto ho dovuto silenziarla – nel farmi notare che avrebbe potuto andarmi peggio, che a tutto c'è rimedio, che le cose materiali a differenza degli affetti si recuperano... e soprattutto nel raccontare disavventure analoghe capitate a loro e tali da far accapponare la pelle, roba che alla fine ho concluso «Vabbè, a questo punto non parlo più».
Se devo essere sincera, di tutte quelle sensate osservazioni il mio lato razionale è perfettamente consapevole: qualche anno fa arrivai a un passo dalla morte, figuriamoci... quindi non dovete venire a dirlo a me, che esistono problemi ben più seri. Però 'sta cosa mi è successa adesso, e per giunta mentre ero intenta a gestire varie altre fonti di stress che già facevo fatica a sostenere: insomma, più o meno la classica goccia che fa traboccare il vaso. Ho un bisogno di riposo che non hai idea, guarda...! E aspetto con trepidazione le mie prossime ferie, tra poco più di un mese... sperando che troverò il modo di mettere a frutto quella settimana per rigenerarmi almeno un po'. Uffa, ma non sarà ora che la ruota della vita cominci a girare nel modo giusto anche per me?!
[La foto della bambina che urla è tratta da Nonciclopedia]

venerdì 18 aprile 2014

In morte di un poeta in prosa

Si è spento ieri nella sua casa di Città del Messico, alla bella età di ottantasette anni, lo scrittore e giornalista colombiano Gabriel García Márquez. La notizia ha innescato in Rete un'incredibile ondata di cordoglio e commozione: ieri sera sui social network era tutto un "Addio Gabriel", se non addirittura "Ciao Gabo" [come se fino al giorno prima costoro ci avessero preso il caffè insieme... ma insomma, neanche un po' di timore reverenziale?! ;-)]. E in tanti hanno condiviso le citazioni predilette: una delle più gettonate è la seguente, tratta dalla sua autobiografia Vivere per raccontarla...
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
... ma anche l'incipit di Cent'anni di solitudine – che a suo tempo ha avuto un successone sotto forma di fincipit ;-) – sta andando per la maggiore.
Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.
La sottoscritta deve fare una confessione: dello scrittore che ha vinto il premio Nobel per la letteratura nel 1982 non ho ancora letto neppure un libro! :-/ Nell'attesa di colmare tale imperdonabile lacuna, pubblico una selezione di sue citazioni tratte da Wikiquote.
Ecco alcuni altri frammenti tratti dal suddetto romanzo Cent'anni di solitudine, probabilmente la sua opera più famosa.
Non immaginava che era più facile cominciare una guerra che finirla.
Pensò confusamente, intrappolato alla fine nel morso della nostalgia, che forse se l'avesse sposata sarebbe stato un uomo senza guerra e senza gloria, un artigiano senza nome, un animale felice.
In quella Macondo dimenticata perfino dagli uccelli, dove la polvere e il caldo si erano fatti così tenaci che si faceva fatica a respirare, reclusi dalla solitudine e dall'amore e dalla solitudine dell'amore in una casa dove era quasi impossibile dormire per il baccano delle formiche rosse, Aureliano e Amaranta Ursula erano gli unici esseri felici, e i più felici sulla terra.
Lei lo lasciò finire, grattandogli la testa con i polpastrelli delle dita, e senza che lui le avesse rivelato che stava piangendo d'amore, lei riconobbe immediatamente il pianto più antico della storia dell'uomo.
Di L'amore ai tempi del colera non mi piacque granché il film, ma ho la sensazione che leggendo il libro rivaluterò ampiamente la storia d'amore tra Florentino e Fermina.
La ragazzina alzò gli occhi per vedere chi stava passando davanti alla finestra, e quello sguardo casuale fu l'origine di un cataclisma d'amore che mezzo secolo dopo non era ancora terminato.
Doveva insegnarle a pensare all'amore come a uno stato di grazia che non era un mezzo per nulla, bensì un'origine e un fine in sé.
Così pensava a lui senza volerlo, e quanto più pensava a lui più le veniva rabbia, e quanto più le veniva rabbia tanto più pensava a lui, finché non fu qualcosa di così insopportabile che le travolse la ragione.
Il cuore le si frantumò quando vide il suo uomo supino nel fango, già morto in vita, ma che resisteva ancora un ultimo minuto al colpo di coda della morte affinché lei avesse il tempo di arrivare. Riuscì a riconoscerla nel tumulto attraverso le lacrime del dolore irripetibile di morirsene senza di lei e la guardò l'ultima volta per sempre con gli occhi più luminosi, più tristi e più riconoscenti che lei gli avesse mai visto in mezzo secolo di vita in comune, e riuscì a dirle con l'ultimo respiro: «Solo Dio sa quanto ti ho amata».
Gli sembrava così bella, così seducente, così diversa dalla gente comune, che non capiva perché nessuno rimanesse frastornato come lui al rumore ritmico dei suoi tacchi sul selciato della via, né si sconvolgessero i cuori con l'aria dei sospiri dei suoi falpalà, né impazzissero tutti d'amore al vento della sua treccia, al volo delle sue mani, all'oro del suo ridere.
Aveva sentito un'urgenza irresistibile di ricominciare da capo la vita con lui per dirsi tutto quello che non si erano detti, e di rifare bene qualsiasi cosa avessero fatto male nel passato. Ma dovette arrendersi all'intransigenza della morte.
Né lui né lei avevano vita per nulla di diverso che pensare all'altro...
[...] perché mai avrebbe ammesso la realtà che Florentino Ariza, nel bene o nel male, era l'unica cosa che le fosse accaduta nella vita.
Lo spaventò il sospetto tardivo che è la vita, più che la morte, a non avere limiti.
Nel corso degli anni entrambi arrivarono, seguendo vie diverse, alla conclusione saggia che non era possibile vivere altrimenti, né amarsi altrimenti: nulla a questo mondo era più difficile dell'amore.
Da Dell'amore e di altri demoni...
«Nel frattempo», disse Abrenuncio, «suonatele musica, riempite la casa di fiori, fate cantare gli uccelli, portatela a vedere i tramonti sul mare, datele tutto quanto può farla felice». Si congedò con uno svolazzo del cappello per aria e la sentenza latina di rigore. Ma questa volta la tradusse in onore del marchese: «Non c'è medicina che guarisca quello che non guarisce la felicità».
Lei gli domandò in quei giorni se era vero, come dicevano le canzoni, che l'amore poteva tutto. «È vero», le rispose lui, «ma farai bene a non crederci».
 Infine, da Memoria delle mie puttane tristi...
La mia unica spiegazione è che così come i fatti reali si dimenticano, alcuni che non si sono mai prodotti possono anche inserirsi tra i ricordi come se fossero stati.
Grazie a lei affrontai per la prima volta il mio essere naturale mentre trascorrevano i miei novant'anni. Scoprii che l'ossessione che ogni cosa fosse al suo posto, ogni faccenda a suo tempo, ogni parola nel suo stile, non era il premio meritato di una mente in ordine, ma tutto il contrario, un intero sistema di simulazione inventato da me per nascondere il disordine della mia natura. Scoprii di non essere disciplinato per virtù, ma per reazione alla mia negligenza; di sembrare generoso per nascondere la mia meschinità, di passare per prudente solo perché sono malpensante, di essere arrendevole per non soccombere alle mie collere represse, di essere puntuale solo perché non si sappia quanto poco mi importa del tempo altrui.
E lì presi coscienza che la forza invincibile che ha spinto il mondo non sono gli amori felici bensì quelli contrastati.
C'era una stella sola e limpida nel cielo color di rose, un battello lanciò un addio sconsolato, e sentii in gola il nodo gordiano di tutti gli amori che avrebbero potuto essere e non erano stati.

giovedì 17 aprile 2014

Questione di fiducia

La sottoscritta si considera per natura tendenzialmente guardinga nei confronti delle persone e delle situazioni sconosciute... ma, quando a un certo punto sento di potermi fidare, capita che mi lasci andare così tanto da mettere a riposo perfino il comune buonsenso di default. Questo, unitamente all'indole distratta e sbadata che mi è propria fin da quando ero bambina, mi porta ahimè a prendere delle tranvate colossali, tanto più dolorose perché del tutto inaspettate. Solo negli ultimi due anni ne ho beccate almeno un paio, l'ultima nei giorni scorsi, di natura e di entità nettamente diversa l'una dall'altra, ma entrambe tutt'altro che facili da digerire.
Di sicuro tutto quanto mi servirà di lezione. Comunque non vorrei mai, alla lunga, arrivare al punto di diffidare di tutto e di tutti sul serio, e senza possibilità di appello. Perché sarebbe una vita a metà, vivere con il freno a mano tirato. E invece io voglio continuare a fidarmi del prossimo... purché se lo meriti, ovvio: mi auguro proprio che le batoste ricevute finora siano state sufficienti ad affinare decentemente la mia capacità di intuire a chi o a cosa posso concedere con tranquillità la mia fiducia, e in quali casi al contrario sarebbe meglio andarci più cauta.
Nel film Finalmente la felicità di Leonardo Pieraccioni, il protagonista si impegna a "giocare" a memoria e fiducia con la sua sorella adottiva a distanza. Ma quanto sarebbe bello potersi buttare – metaforicamente, s'intende – senza timore di scegliere la finestra sbagliata e confidando che si atterrerà sul morbido...? :-)

mercoledì 16 aprile 2014

Fratelli d'Itaglia

A soli tre giorni di distanza dal post che prendeva spunto dal photoshoppatissimo banner elettorale di Giorgia Meloni, oggi torno a parlare di un suo compagno – o dovrei forse dire camerata? ;-) – di partito: Gianni Alemanno. La questione, di lana caprina se vogliamo, è però di quelle che una correttrice di bozze mancata come me non può ignorare! ;-) Su Facebook ho appena adocchiato l'immagine qui sotto...


... corredata dal seguente commento: «Fate come Gianni Alemanno, venite in ABBruzzo: in omaggio per ognuno di voi una simpatica B da usare come preferite, perfetta per ogni occasione. Enjoy». 
Abbruzzo con due B?! Bbrrrrrrr, rabbrividiamo! Ma in fondo potrebbe anche darsi che l'orrendo refuso sia frutto di una goliardica photoshoppata, visto che di quel banner non ne ho trovato traccia altrove se non qua [facciamo finta di ritenere improbabile l'eventualità che sia stato fatto sparire volontariamente dalla pagina Facebook... ;-)]. Sul sito di Alemanno ho però trovato quest'altra immagine...


Ops... cosa leggo? Provincie, con la I?! Ma se lo sanno tutti che il plurale di provincia è province!
Andando però a fare un'indagine leggermente più approfondita, ho scoperto che in effetti la grafia più diffusa per il nome del summenzionato piazzale romano è proprio quella lì: su questo concordano le fonti più disparate, tra le quali Tuttocittà e Google Maps, e se non bastasse c'è pure una marmorea targa a porre un punto fermo sulla questione.


A fornire una spiegazione, oltre a ricordarci l'elastica regoletta sul plurale delle parole che terminano in -cia e -gia, è una correttrice di bozze... autentica, questa volta: «In questo caso, però, possiamo essere indulgenti: la dicitura provincie è in realtà antiquata, caduta in disuso proprio con il “rinnovamento” semplificativo di Migliorini. E in effetti, grazie a uno strumento straordinario quale Google libri, se digito “provincie” – a parte il suo benevolo suggerimento: cercavi forse “province”? – compaiono titoli di libri che risalgono a più di 100 anni fa: da un “Prospetto statistico delle provincie venete” del 1826 a “Canti popolari delle provincie meridionali” del 1871 e così via…».
Beh, è stato un duro colpo per un'aspirante Grammar Nazi come la sottoscritta! ;-)

martedì 15 aprile 2014

Following Iron Man

È da ieri sera che ho i nervi a fior di pelle! Siccome non mi va di parlarne, mi limiterò a dire che oggi sto peggio rispetto alla giornata no di sette anni fa: stavolta mi trovo proprio nella spiacevole condizione di dover prendere a craniate il muro. :-/ (ma non lo farò, perché mi sento già fin troppo sconvolta così...)
Ma proviamo a distrarci pensando a tutt'altro. Una delle feature più fastidiose dell'app di Twitter sono i suggerimenti: non di rado ti arriva una notifica push per informarti che alcuni dei tuoi contatti hanno iniziato a seguire il tal utente. Alle volte un vip o un politico appena approdato sul social network cinguettante, altre volte un bimbominkia con due o tre insulsi tweet all'attivo che probabilmente verrà "defollowato" con la stessa facilità con cui è stato "followato"... quasi mai qualcuno che sia davvero interessante da seguire. Ad eccezione di Robert Downey Jr, al quale l'altroieri sono stata ben contenta di concedere il mio follow! :-) Il mio sogno è che un giorno lui contraccambi, ma affinché questo possa accadere dovrei come minimo iniziare a twittare in inglese, e magari non basterebbe neppure, visto che lui finora segue soltanto personaggini di questo calibro... comunque la speranza è l'ultima a morire! ;-)
Nel suo secondo tweet – dei quattro che ha pubblicato finora... dovresti darti da fare un pochino di più, Robberti'! – l'attore ha già individuato il grosso limite di Twitter: «Loving all the love, folks. It's been a blast. Though can somebody please explain how anyone can keep their thoughts to 140 characters or le» («Amo tutto l'amore, gente. È stato uno sballo. Anche se qualcuno dovrebbe spiegarmi come si possano limitare i propri pensieri a 140 caratteri o me[fine dei 140 caratteri ;-)]»).
Comunque l'attore che impersona il mitico Iron Man è il primo e l'ultimo tweeter che comincio a seguire grazie ai suggerimenti dell'app: in uno degli ultimi aggiornamenti, infatti, è stata finalmente resa disponibile la possibilità di disattivare tali notifiche, ed io ho subito provveduto ad approfittarne. Ecco come ho fatto.
Nel menu superiore, ho selezionato l'icona di overflow (i tre puntini incolonnati all'estrema destra).


Ho selezionato la voce Impostazioni.


Ho selezionato il nome utente dell'account da modificare (nel mio caso, @Gwendalyne).


Nell'elenco delle impostazioni dell'utente @Gwendalyne ho selezionato Notifiche.


Dopodiché si è aperto l'elenco delle impostazioni relative alle notifiche...


... e, scorrendolo fino in fondo, ho individuato la voce Suggerimenti e le ho tolto il segno di spunta. Aaahhh... tanto libbberatorio!!! ;-)

lunedì 14 aprile 2014

Commenti di cui farei volentieri a meno

Quando dieci giorni fa ho tracciato una sorta di bilancio dei miei primi sette anni di blogging, ho omesso un dettaglio tutt'altro che trascurabile: ovvero che, se come incentivo dovessi basarmi sul numero di commenti che ricevo... beh, avrei chiuso bottega da un bel pezzo! :-/ Limitandomi agli ultimi cento post che ho pubblicato, soltanto due – e sottolineo due – hanno avuto commenti, per la precisione uno a testa... oltre a un +1 di Google. Meno male che qualche riscontro mi arriva tramite altri canali: Twitter, FriendFeed e non solo. Uno dei più recenti, per dire, ce l'ho avuto di persona: «Da come scrivi si capisce che hai una bella testolina pensante, per questo mi aspetto molto da te!». Colgo l'occasione per ringraziare il diretto interessato e scusarmi per non aver dato abbastanza a intendere quanto avessi gradito... :-)
Ultimamente però mi capita di ricevere via e-mail la notifica dell'arrivo di qualche commento non soltanto fuori tema ma anche... indesiderato, ovvero spam vero e proprio. So bene che lo spam nei commenti è tutt'altro che inusuale, e che i blogger più quotati installano appositi plugin su WordPress per tenere a bada un fenomeno altrimenti ingestibile... ma io ne ero sempre stata immune, perlomeno fino a qualche settimana fa. Dopodiché ho ricevuto un paio di commenti spammatori a distanza di qualche giorno l'uno dall'altro, ma ho ritenuto che si trattasse di casi isolati. Addirittura uno dei due, quando sono entrata in Blogger per eliminarlo, ho notato che era già stato cancellato... per la serie «tirare il sasso e nascondere la mano»! ;-) Nel corso della giornata di ieri, invece, me ne sono giunti due pressoché identici, entrambi manco a dirlo da utente Anonimo, uno a questo post e uno a quest'altro: non li vedrai perché li ho appena eliminati. Ecco cosa c'era scritto...
ciao
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Grazie,
Mr mhay burailla
C.E.O / CREDITHOME
Mah, al momento per fortuna non mi occorre nessun prestito... ma se anche ne avessi bisogno dubito che approfitterei di una simile "imperdibile" offerta! ;-)
[L'immagine all'inizio è tratta da un post di Studio Samo che ti consiglio di leggere, se hai un sito in WordPress e desideri migliorare il/la SEO]

domenica 13 aprile 2014

E adesso parliamo di politica

L'altro giorno nel Web si è ironizzato parecchio a proposito del banner che compare nella home page del sito ufficiale di Fratelli d'Italia, e nel quale il volto della presidente(ssa) del partito Giorgia Meloni appare photoshoppato pesantemente... e neanche a regola d'arte, oserei dire, adesso che di fotografia me ne intendo! ;-) ;-) ;-) Pure io, dopo aver visto tale stranezza segnalata da Non leggere questo Blog!, l'ho condivisa sul mio tumblr. Ecco il banner...


... ed ecco una foto della Meloni come siamo più abituati a vederla, tratta da La Nuova Vicenza.


Voglio dire, 'sta donna non è neppure brutta, ma si mostra spesso, per dirla con Camilleri, con gli occhi sgriddrati: capita a chi s'infervora molto, come lei! ;-)
Ebbene ieri sera la Meloni ha pubblicato un tweet, «Ho corretto il manifesto per renderlo più aderente alla realtà. Adesso parliamo di politica?», corredato dall'immagine seguente creata da Fratellastri d'Italia.


Non mi considero di certo una sua fan, le sue idee sono alquanto distanti dalle mie... ma con questa mossa piena di autoironia Giorgia Meloni si è guadagnata la mia stima. Condivido quello che ha scritto Selvaggia: «Diamole atto. Dopo le polemiche sulla foto del manifesto ritoccata, Giorgia Meloni con questa ha vinto tutto». [Beh, proprio tutto tutto magari no, non esageriamo... ;-)]
Hai ragione, Giorgia (mi permetto di darti del tu per ragioni anagrafiche), parliamo di politica. Però d'ora in poi fai in modo di evitare possibili elementi di disturbo come questo, ché è meglio! ;-)

sabato 12 aprile 2014

Hai messo a posto le tue password?

L'altroieri ho trascorso buona parte del pomeriggio al pc per aggiornare le password. Mica tutte – ché quelle inserite per partecipare ai concorsi a premi del tipo «Gioca il codice stampigliato sulla confezione di cotolette e vinci un tablet» non mi preoccupano granché dal punto di vista della sicurezza – però le più importanti sì: ho iniziato dalle password di Dropbox, di Google e degli altri account di posta, per poi proseguire con Facebook, Twitter e social network vari. Non ho ancora finito, comunque mi trovo a buon punto... dopodiché mi preoccuperò di stilare un elenco ordinato e di metterlo al sicuro: non certo in un file salvato sul mio hard disk! ;-)
Nell'incombenza di gestire le password potrei farmi assistere da un software apposito come KeePass – che è leggero, gratuito e open source – oppure LastPass... ma sinceramente non mi convince più di tanto l'idea di affidare tutte le mie "parole d'ordine" a un unico programma, per quanto possa implementare i migliori algoritmi di cifratura; comunque sono dispostissima a lasciarmi persuadere! :-)
Se generare password facili da ricordare ma sicure e non banali è un problema per te, potrà esserti d'aiuto la PasswordCard. Per quanto mi riguarda uso un metodo tutto mio personale per scegliere password robuste – posso dire che alterno lettere maiuscole e minuscole a cifre e caratteri speciali, e che non mi baso su nomi, cognomi, date di nascita o parole di senso compiuto – e finalmente ho preso la buona abitudine di differenziarle (almeno quelle più critiche) da un account all'altro: regola aurea per scongiurare il rischio che un pirata informatico, intercettandone o indovinandone una a caso, abbia accesso in un colpo solo a tutti i profili online di una persona. Un'eventualità piuttosto inquietante, direi...
Aggiornare le password via Web è stata solo una fase del repulisti generale che ho effettuato l'altro giorno: oltre a questo ho dovuto reimpostare su smartphone e tablet le app coinvolte, cambiare le password di posta elettronica su Thunderbird e pure su Gmail, perché ciascuno dei miei indirizzi @gmail.com importa la posta da altri account. Insomma, un lavoraccio... :-/
E perché l'ho fatto? Beh, a dire il vero sarebbe bene farlo con regolarità, più volte all'anno... ma io finora non sono mai stata così scrupolosa, lo ammetto. Ad indurmi a tanto questa volta è stata la scoperta di un grave bug nel software di autenticazione e cifratura OpenSSL: l'hanno chiamato Heartbleed, e si tratta di una falla di sicurezza dalla portata potenzialmente catastrofica. Prima che tu ti fiondi a modificare le tue password – perché hai intenzione di farlo, verooooo?! :-) – ti consiglio di leggere con attenzione i post pubblicati da Paolo Attivissimo e da Clarissa per capire bene il da farsi. In particolare, è inutile se non controproducente cambiare la password di un sito che, secondo servizi come questo o questo, risulta ancora vulnerabile.

venerdì 11 aprile 2014

Siamo seri!

Talvolta mi capita di notare, sulla bacheca di qualche "facciamico", la segnalazione di una notizia sensazionale commentata a seconda dei casi con tono stupito oppure indignato: tanto per fare qualche esempio vero oppure verosimile, «Hanno sepolto vivo un cane per fare un rito satanico, ci rendiamo conto?!», «Stanno per introdurre l'obbligo di patentino, assicurazione e casco per circolare in bicicletta, dove andremo a finire...», «Un oste ha ucciso due turisti americani solo perché avevano messo del ketchup nella fiorentina, ma quanto sono matte certe persone?!», e via di questo passo. "Peccato" che il link che immancabilmente accompagna questi status rimandi a fonti che, già a partire dal nome, dovrebbero – il condizionale è d'obbligo – far sorgere qualche sospetto sulla loro attendibilità: Giornale Del Corriere o Corriere del Mattino che dir si voglia, Il Corriere del Corsaro, Dangerous News o Notizie pericolose, Lercio (a cui ho già fatto cenno qui). Se poi si legge l'articolo per intero anziché limitarsi al titolo, il sospetto dovrebbe – il condizionale continua ad essere d'obbligo – tramutarsi in certezza sulla natura satirica o comunque scherzosa di tali fonti, che a volte viene esplicitata in un disclaimer da qualche parte, altre volte no.
Pubblico questo post perché, chissà, magari potrebbe tornare utile a qualche internauta che ci arriva dopo aver fatto una googlata per chiarirsi le idee. Comunque esistono blog assai più autorevoli del mio, come Bufale un tanto al chilo, che si occupano con una certa regolarità della questione... sottolineando anche un fatto che mi sembra abbastanza grave, ovvero che perfino siti che dovrebbero fare informazione seria e verificata abboccano a certe bufale. A proposito, puoi vederne una di quelle "buone" nella foto (tratta da qui) che apre questo post... ;-)

giovedì 10 aprile 2014

Emozioni da Oscar

Te lo ricordi, quel fustacchione biondo specializzato in commedie romantiche come Prima o poi mi sposo, Come farsi lasciare in 10 giorni, La rivolta delle ex? Ebbene, negli ultimi anni ne ha fatta di strada, il buon Matthew McConaughey (che puoi vedere qui sotto com'è oggi accanto al sé stesso del 1996)... :-)


Ieri sera ho visto Dallas Buyers Club (qui il trailer), il film diretto dal regista canadese Jean-Marc Vallée per il quale il divo statunitense ha vinto l'Oscar 2014 come miglior attore. Potrei affermare con sicurezza che è stato sacrosanto assegnargli la statuetta, se solo avessi presenti le performance di tutti gli altri candidati... mentre invece ho avuto modo di vedere solamente Christian Bale in American Hustle, che in effetti, "riporto acrobatico" a parte, non mi ha impressionata più di tanto. ;-) L'interpretazione di Leonardo DiCaprio in The Wolf of Wall Street, a detta di molti la migliore della sua carriera, non l'ho vista e mi sa che continuerò a farne a meno, perché il genere non mi attira per nulla. Segnalo che, all'indomani della sua quarta nomination andata a vuoto, il povero Leo è stato vittima di prese in giro più o meno bonarie, dalle vignette ai video di The Wolf of Wall Street ridoppiati in maniera esilarante: in uno lo stesso McConaughey, che ha recitato pure nel film in questione, gli spiega perché non vince mai l'Oscar, mentre nell'altro la sua consorte cinematografica gliene dice quattro... :-)
Ma torniamo a Dallas Buyers Club. Ammetto che il film in sé non mi ha convinta granché, anche se non saprei spiegarne le ragioni... se non dicendo che le successive scene mi parevano un tantino "slegate", che lascia un tantino a desiderare come critica cinematografica. ;-) Comunque non ho potuto fare a meno di rimanere a bocca aperta di fronte alla recitazione di McConaughey e del suo comprimario Jared Leto, anch'egli premiato come miglior attore non protagonista. I due sono entrati così tanto nella parte da rendersi irriconoscibili: hanno perso tantissimo peso sottoponendosi a una dieta ferrea, e il resto l'ha fatto il reparto "trucco e parrucco", anch'esso premiato con l'Oscar. Nell'immagine seguente puoi vedere McConaughey (sopra) e Leto (sotto) con l'aspetto che hanno nel film (foto grandi) e al naturale (foto piccole)...


Ma non è soltanto questo a rendere impressionante la loro performance (anche se aiuta, inutile negarlo): soprattutto il protagonista, in certe scene, mostra un'intensità e una maturità interpretativa tali che... beh, c'è da aspettarsi grandi cose da lui, in futuro! :-)
La trama in sintesi, ispirata a una storia vera. Negli anni '80 il «rozzo, volgare e ottuso» texano Ron Woodroof (Matthew McConaughey), elettricista per mestiere e cowboy per passione, scopre di essere positivo all'HIV e di aver contratto l'AIDS a uno stadio ormai avanzato. Dapprima l'uomo, orgogliosamente macho e omofobo, malgrado mostri già sintomi inequivocabili rifiuta la diagnosi, dal momento che associa tale sindrome agli odiati "froci"... ma successivamente si documenta e si persuade di aver contratto l'AIDS in seguito a un rapporto sessuale non protetto; gli altri eccessi che era solito concedersi, droga e alcol in quantità, hanno contribuito a debilitare ancora di più il suo organismo. Terrorizzato dalla morte e smanioso di curarsi, Woodroof si procura l'AZT, farmaco insistentemente propagandato dalla casa farmaceutica che lo produce, ma quando ne scopre i pesanti effetti collaterali individua una terapia alternativa e si procura grandi quantità di medicinali meno dannosi, non proprio illegali ma neanche approvati dalla FDA: non soltanto per sé ma per tanti altri malati come lui, che pagando una quota mensile di iscrizione al Dallas Buyers Club si garantiscono tutti i farmaci di cui hanno bisogno. Suo socio nell'attività, che verrà osteggiata dalla FDA e da tutti i medici dell'ospedale tranne la dottoressa Eve Saks (Jennifer Garner), è il transgender tossicodipendente Rayon (Jared Leto), anche lui sieropositivo. Woodroof morirà sette anni dopo aver scoperto di avere l'AIDS; in quell'occasione il medico che gliel'aveva diagnosticato gli aveva dato appena trenta giorni di vita, e invece...

mercoledì 9 aprile 2014

Cosa rimane della legge 40

L'ho saputo oggi: la Consulta ha dichiarato incostituzionale il divieto di fecondazione eterologa previsto dalla legge 40 del 19 febbraio 2004. Nel corso degli anni il controverso testo normativo è stato smontato pezzo dopo pezzo da svariate sentenze, a tal punto che oggi in pratica, oltre al divieto di ricerca sugli embrioni, rimane in piedi solamente l'impossibilità di accedere alla fecondazione assistita da parte di single e coppie dello stesso sesso: quest'ultimo limite, prevedo che bisognerà aspettare ancora un bel po' prima di vederlo superato...
Penso con tristezza a tutte quelle coppie italiane che a causa della legge, non potendosi permettere il cosiddetto turismo riproduttivo, hanno trovato difficile o impossibile far ricorso all'aiuto della medicina per realizzare il loro sogno di diventare genitori. Ma accolgo con soddisfazione la notizia della sentenza, augurandomi solo che i vuoti normativi di cui parla il ministro della Salute Beatrice Lorenzin vengano colmati con rapidità e saggezza. Come ho già scritto tempo fa, votai convintamente ai referendum abrogativi del 2005, e mi indignai un sacco per il mancato (e non di poco) raggiungimento del quorum, sul quale ebbe un ruolo innegabile la pesante ingerenza della Chiesa cattolica.
Viviamo in un Paese in cui, per fare un esempio tanto paradossale quanto significativo, trova meno ostacoli una donna che intenda abortire un feto malformato oppure portatore di patologie genetiche – anche gli anti-abortisti più irriducibili ammetteranno che mettere al mondo una creatura destinata a un'esistenza irta di difficoltà non sia granché auspicabile – anziché una che desideri avvalersi dei metodi messi a punto dalla scienza medica per evitare di doverlo portare in grembo: un'opzione, quest'ultima, che risulterebbe indubbiamente meno dolorosa e traumatica. Inoltre, finora nulla ha mai impedito a una coppia di crescere eredi che avessero un patrimonio genetico differente da quello di uno o di entrambi i genitori, in seguito a un'adozione oppure perché si trattava di bimbi nati da altre relazioni... ma negli ultimi dieci anni per le coppie sterili ricorrere alla donazione del seme o dell'ovulo da parte di soggetti terzi è apparso come un miraggio: perlomeno fino ad oggi, ovvero fino alla sentenza di cui ho parlato all'inizio. Infine – ma qui si apre un altro discorso – soltanto in casi di particolare gravità i genitori naturali vengono giudicati non idonei a crescere figli nati in maniera "tradizionale"... mentre invece adottare un bambino comporta una trafila lunga, costosa e complessa che richiede una motivazione fuori dal comune per essere affrontata, e che non tutti possono permettersi, dal punto di vista emotivo nonché da quello economico; gli aspiranti genitori devono rassegnarsi ad essere "rivoltati come calzini" da chi è incaricato di valutarne l'idoneità all'adozione, e a loro tocca sobbarcarsi ripetuti e spesso lunghi viaggi prima che arrivi l'agognato momento di portare a casa il figlio che sono pronti ad amare come se fosse sangue del loro sangue.

martedì 8 aprile 2014

Altruismo a corrente alternata

Immagina che per le strade del centro cittadino si aggiri un individuo con addosso un cartello recante la scritta «F***ulo i poveri»: con ogni probabilità parecchi passanti lo avvicinerebbero indignati e lo prenderebbero a male parole per essersi fatto portatore di uno slogan tanto criticabile. E tu penseresti con sollievo che forse, per il genere umano, c'è ancora speranza...
Immagina ora che su quel cartello ci sia scritto invece «Aiuta i poveri»: sicuro che in questo caso le reazioni della gente denoterebbero il medesimo altruismo?
Beh, non c'è bisogno di far ricorso all'immaginazione, in quanto un simile esperimento sociale è stato messo in atto per davvero: l'ho scoperto tramite Bloguerrilla, e puoi renderti conto tu stesso degli esiti guardando il video qua sotto.


Il video è stato realizzato a Londra dall'organizzazione benefica The Pilion Trust, il cui motto è «Sosteniamo le pari opportunità per migliorare la vita delle persone più vulnerabili». Il messaggio veicolato dalle immagini è «We know you care. Please care enough to give» («Sappiamo che ti importa. Per favore, preoccupati abbastanza da dare»).
La crisi economica che attanaglia il pianeta ormai da diversi anni ha creato milioni di "nuovi poveri": persone che avevano sempre goduto di un tenore di vita dignitoso ad un certo punto si sono ritrovate sul lastrico, costrette ad affidarsi all'assistenza degli enti caritativi per tirare avanti. C'è chi sostiene di avere validissimi motivi per negare l'elemosina ai mendicanti, e non hanno mica tutti i torti... ma è anche vero che, se destinassimo offerte in denaro o in beni materiali ai suddetti enti caritativi, ciascuno nei limiti delle proprie possibilità, aiuteremmo tanta gente ad emergere dall'abisso della miseria più nera.

lunedì 7 aprile 2014

Bevi responsabilmente!

Eh no, la sottoscritta non può certo definirsi un'esperta di vini: l'impiego di aggettivi come abboccato, austero, rotondo mi risulta del tutto oscuro. Però a volte un buon bicchiere non disdegno di concedermelo: apprezzo in modo particolare vini poco impegnativi, magari di qualità non eccelsa, purché "calino" che è una bellezza. Mi piace la sensazione di leggera euforia che il vino ti regala, lo ammetto... ma, siccome non sopporto l'idea di perdere il controllo, sto sempre bene attenta a non esagerare: non mi sono mai ubriacata in vita mia, tutt'al più mi è capitato di consumare quantità tali per cui non me la sarei sentita di mettermi al volante (ma tanto non avrei guidato io in ogni caso, perciò...). Sarebbe auspicabile che tutti coloro a cui succede di alzare troppo il gomito fossero pure sufficientemente responsabili da rinunciare a guidare, se non ne sono in condizione: immagino di non dover ricordare quali tremendi rischi si corrono altrimenti. «Guida poco che devi bere», recita lo "spiritoso" titolo di uno dei libri pubblicati dallo scrittore, alpinista e scultore Mauro Corona...
I «locali ove si svolgono spettacoli o altre forme di intrattenimento congiuntamente alla vendita e somministrazione di bevande alcoliche» sono tenuti per legge ad esporre delle tabelle che aiutino a valutare se si è bevuto tanto da superare il tasso alcolemico consentito, che è pari a 0,5 grammi per litro, dopodiché scatta il reato di guida in stato di ebbrezza... ma onestamente le tabelle in questione non sono praticissime da decifrare neppure da sobri, figuriamoci poi se si ha in corpo qualche goccetto di troppo. In casi analoghi può tornare utile un'app che ho installato l'anno scorso – se ben ricordo all'epoca del Vinitaly di cui si sta svolgendo in questi giorni la quarantottesima edizione – ma che non ho mai avuto modo di utilizzare se non per provarla, essendomene mancata l'occasione: si chiama DrinkTest, ed è l'alcol test digitale di Federvini, Fondazione Veronesi e Tre Italia. Non è necessario collegare allo smartphone alcun accessorio per analizzare la "fiatella", visto che il livello teorico di alcol nel sangue viene stimato rispondendo a delle semplici domande: sesso, peso, stomaco vuoto o pieno, cosa hai bevuto e quanto. Dopo aver stimato il tasso alcolemico, l'app ti offre l'opportunità di chiamare per telefono un taxi per farti venire a riprendere: e se sei una personcina con la testa sulle spalle, in caso di bisogno accetterai senza fare storie! ;-)
Attenzione: l'applicazione fornisce solo una stima approssimativa del tasso alcolemico sulla base di una simulazione matematica, pertanto non può fornire un risultato certo, ottenibile soltanto con gli strumenti tecnici di misurazione utilizzati dalle forze dell'ordine. I valori calcolati dall'applicazione non hanno validità legale, e non possono essere in alcun modo intesi come garanzia di sicurezza o idoneità alla guida. Il solo fatto assodato è che l'unico valore del tasso alcolemico che può essere considerato veramente sicuro per la guida è zero!
Oltre al test in sé, DrinkTest comprende altre sezioni utili e interessanti: I consigli della Fondazione Umberto Veronesi (alla quale puoi scegliere di destinare il tuo 5x1000), I numeri dell'alcol, Cosa dice la legge.

domenica 6 aprile 2014

Tema: Come hai trascorso la domenica. Svolgimento...

Si è svolta oggi l'uscita-laboratorio del corso avanzato di fotografia che sto frequentando, dedicata alla post-produzione digitale con Lightroom. L'incontro era fissato per le nove di stamattina presso la Cremeria Bresciana, praticamente un'istituzione per i ragazzi pescaresi... di tutte le età! ;-) Sono arrivata là digiuna appositamente per concedermi una colazione a base di maritozzo con la panna e cioccolata calda anch'essa con panna: non proprio un toccasana per il mio colesterolo, ahimè... ma suvvia, semel in anno licet insanire! ;-) Mentre divoravo l'ipercalorica pagnottella ripensavo ai tempi del liceo, quando i miei compagni che facevano filone (marinavano la scuola, per i non "abruzzesofoni") si ritrovavano pressoché immancabilmente alla Bresciana. E io? Macché: se ero assente da scuola potevi scommettere che mi trovavo a casa, o perché ero malata oppure perché, con il consenso dei genitori, ero rimasta in camera mia a studiare... oppure entrambe le cose. Quel che è certo è che, se tornassi indietro, l'adolescenza e la post-adolescenza le vivrei ben diversamente: adesso ho capito che lo studio è importante, sì, ma non bisogna trascurare i momenti ricreativi, anch'essi fondamentali per la crescita. Considerata la mia situazione attuale, mi tormenta l'amara sensazione che non valesse affatto la pena di fare tutte le rinunce che ho fatto in nome di una brillante carriera scolastica. Anche se non so più neanch'io cosa sperare, cosa aspettarmi dal domani, conservo ancora un pizzico di fiducia che un giorno riuscirò a realizzarlo, questo mio sogno dai contorni sempre più vaghi...
Ma ora bando alla malinconia, e torniamo alla giornata di oggi. Dopo il raduno alla Bresciana ci siamo sparpagliati per ogni dove, e la mattinata è stata dedicata a scattare foto in giro per la città; in teoria avremmo dovuto privilegiare la street photography e il reportage – approfittando del fatto che stamattina era in programma la gara podistica Vivicittà – ma personalmente non sono riuscita a combinare granché di buono, anche perché i generi summenzionati non mi risultano granché congeniali: riesco a farmi guardare in cagnesco perfino... dai gatti, vedere per credere! ;-)


Nel compito di scattare foto capaci di emozionare, di comunicare qualcosa, temo di avere ancora parecchio da imparare... o, peggio ancora, ho paura che a differenza della capacità di "leggere" le immagini – corso Gamma, aspettami! :-) – questo talento non si possa imparare, ma che sia necessario averlo dentro innato. Comunque pure in questo contesto non intendo disperare: chissà, magari con il tempo e l'esperienza troverò la mia strada... :-)
Nel pomeriggio ci siamo ritrovati nello studio del prof per elaborare i nostri scatti mediante il modulo Sviluppo di Lightroom. Beh, che dire? Fino a poche settimane fa ero più o meno convinta che la post-produzione fosse il Male, in pratica la falsificazione della realtà, e che il bravo fotografo si riconoscesse dalla capacità di scattare foto già perfette, senza bisogno di correggerle una volta uscite dalla fotocamera: non avevo idea di quanto fossi fuori strada! Una buona post-produzione fornisce risultati tali da superare gli inesorabili limiti intrinseci della fotocamera, e da restituirci sensazioni paragonabili a quelle che proviamo osservando il mondo con i nostri occhi: tutto il contrario della falsificazione a cui accennavo prima, insomma. Certo, c'è sempre il rischio di esagerare, di calcare troppo la mano generando immagini assurde che non hanno alcun senso né legame con la realtà: l'effetto del "funghetto", come lo chiama il prof! ;-)
Ho scoperto che usando Lightroom si possono ottenere risultati analoghi a quelli per cui immaginavo che ci volesse un vero e proprio software di fotoritocco, come Photoshop, della stessa Adobe, o GIMP, che ne è l'equivalente gratuito, libero, open source e multipiattaforma: ad esempio cancellare elementi indesiderati, come pali e cavi della luce, mediante lo strumento Rimozione macchie (il secondo da sinistra qui sotto)...


... oppure affinare la grana della pelle nei ritratti, fantastico! :-) Esistono almeno due modi per farlo (ma, anche in questo caso, attenzione agli eccessi): spostare verso sinistra il cursore della Chiarezza nel pannello Base...


... oppure ridurre il disturbo di Luminanza nel pannello Dettagli.


Inoltre ho imparato a usare la livella, che si trova sotto lo strumento Sovrapposizione ritaglio (il primo da sinistra nella seconda immagine di questo post, accanto a Rimozione macchie), per raddrizzare le foto: un'operazione assai più semplice e rapida di quella che descrissi a suo tempo qui.


Con Lightroom si può fare tutto questo e mooooolto altro: insomma, è un vero portento! :-) Il suo più grosso difetto? Beh, si tratta di un software proprietario che per giunta costa bei soldini... ma non mi risulta che esistano programmi open source dalle prestazioni paragonabili. Ne ho annotati un paio, digiKam e LightZone, e ho tutta l'intenzione di metterli alla prova... ma tanto ormai la licenza di Lightroom ho dovuto acquistarla, ché mi erano scaduti i trenta giorni di prova gratuita. :-/

sabato 5 aprile 2014

Le parole sono la vita

Quando guardo un film ambientato in epoca nazista o riguardante in qualche modo l'Olocausto, provo sempre un misto di angoscia e incredulità: sì, perché faccio fatica a capacitarmi del fatto che neppure un secolo fa il genere umano sia potuto piombare in un simile abisso di orrore. Il problema è che ancor oggi i germi del razzismo e dell'intolleranza appaiono ben lungi dall'essere stati debellati... comunque conservare la memoria del passato è il primo passo per evitare che i capitoli più bui della storia si ripetano.
Tra i film del suddetto "filone", a straziarmi maggiormente sono quelli che vedono protagonisti dei bambini: La vita è bella e Il bambino con il pigiama a righe, per citarne due tra i più conosciuti. E in questi giorni nelle sale viene proiettato Storia di una ladra di libri, per la regia di Brian Percival, che oggi mi ha fatto versare un bel po' di lacrime.
Il trailer puoi vederlo qui... ed ecco la trama in sintesi. Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale in Germania la giovanissima Liesel (l'incantevole Sophie Nélisse) viene affidata dalla madre (Heike Makatsch, la provocante Mia di Love Actually) ai coniugi Hubermann: Hans (Geoffrey Rush) e Rosa (Emily Watson). Scoppiata la guerra, ai tre si unisce il giovane ebreo Max (Ben Schnetzer), verso la cui famiglia Hans si sente in debito: ecco perché accetta di nasconderlo nella cantina di casa sua per proteggerlo dalle persecuzioni antisemite. Al suo arrivo a scuola Liesel non sa né leggere né scrivere, e per questo viene presa in giro da tutti i compagni fuorché da Rudy (Nico Liersch), il quale si prende subito una cotta per lei. Comunque pian piano la ragazzina impara a decifrare le parole una lettera dopo l'altra e si appassiona sempre di più alla lettura, proprio in un momento storico in cui i nazisti bruciano cataste di libri, considerandoli una minaccia per il regime per via del loro apporto culturale. La moglie del borgomastro accoglie Liesel con affetto e le dà accesso alla ricchissima libreria di suo figlio, prematuramente scomparso; quando però il padrone di casa scopre l'intrusa e la mette alla porta, Liesel prende l'abitudine di intrufolarsi di nascosto per rubare, o meglio prendere a prestito, dei libri che nutrano la sua fervida immaginazione. In seguito accadranno tante cose, e il fatto che la voce narrante del film appartenga nientemeno che alla Morte in persona non lascia presagire nulla di buono... :-/
Storia di una ladra di libri è un commovente apologo sull'amicizia, sul coraggio e sul potere creativo e salvifico delle parole. Splendido il personaggio del padre adottivo, interpretato in maniera eccellente da un fuoriclasse come Geoffrey Rush il quale, dopo performance come quelle esibite in Shine, Shakespeare in Love, Il discorso del re e La migliore offerta, non ha certo bisogno di presentazioni. Ma pure la madre adottiva, dietro l'apparenza austera e scorbutica, col tempo mostra di avere un cuore generoso. L'unica nota stonata, in una ricostruzione storica che ho trovato rigorosa e accurata, sono stati i libri e le scritte in inglese che si alternavano a quelli in tedesco: mi rendo conto che il film è di produzione statunitense, ma non mi pare che la cosa abbia molto senso, in un film ambientato nella Germania degli anni '30-'40...
Il film è l'adattamento cinematografico del romanzo La bambina che salvava i libri di Markus Zusak, che ho prontamente aggiunto alla mia sempre più lunga lista dei desideri su aNobii! :-)